https://drive.google.com/file/d/0B-p5VNXO21sWT244NjJnbXBSbWs/view

 

Locandina Conferenza La Carlina

Sabato 13 maggio 2017 alle ore 17,30 presso il Museo della Città di Acquapendente – palazzo vescovile – Via Roma, 85:

Conferenza dell’archeologo Paolo Binaco dal titolo “Acquapendente  e il territorio nel periodo Etrusco” a cura dell’Archeo Acquapendente.

LORENZO DI GIOVANNI GIUNTA alias “il Maestro della Cappella Brancaccio”

Alberto Piccini

Milano 10/4/2017

 

LINK ALL’ARTICOLO

IL BELLO DELLA RICERCA ARALDICA

DI ALBERTO PICCINI

MILANO, 12 MARZO 2017

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Qui di seguito allego il link che rimanda al documento:

https://drive.google.com/file/d/0B-p5VNXO21sWOWVTYmNzNzkzZ0U/view?usp=sharing

Il più importante centro di produzione di maiolica artistica d’ Italia nell’arco di sette secoli: dalla fine del XIII agli inizi del XX secolo.

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Cari Lettori,

sono appena arrivato a Pitigliano dove mi aspetta un mese di “full immersion” nella storia della maiolica di Acquapendente e sono stato informato di una grande festa in costume che si terrà il prossimo Ferragosto presso il castello di Montorio (di Sorano), per festeggiare la famosa Battaglia di Montorio del 7 maggio 1486.

Poiché l’assegnazione di questa battaglia a Montorio nel comune di Sorano (GR) è stata un mio scoop del maggio 2013, vi ripropongo di seguito il saggio in oggetto.

Il merito maggiore di questa scoperta storica non è del sottoscritto, bensì di Fabiano Fagliari Zeni Buchicchio che ha scoperto e trascritto i due documenti che attestano in modo inequivocabile dove si svolse la battaglia fra l’esercito della Lega guidato da Alfonso D’Aragona, duca di Calabria contro l’esercito pontificio guidato da Roberto Sanseverino.

Buona lettura!

https://drive.google.com/file/d/0B-p5VNXO21sWVENhV2x4eXhMNXVnbHhoV3ZheG12bHhGTmE0/view

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 https://drive.google.com/file/d/0B-p5VNXO21sWY0tkMVFHOF9sLWs/view

 

In esclusiva per il blog sulla ceramica di Acquapendente il video della conferenza tenutasi ad Acquapendente il 29 agosto 2015.

Titolo conferenza:

LA SIMBOLOGIA DELLA PASSIONE DI CRISTO NELLA MAIOLICA DEL LAZIO

Relatore ROMUALDO LUZI

 

A testimoniare dell’importanza di quello che stiamo facendo, di recente questo blog è stato menzionato nell’ultimo numero di Faenza (°2-2015) a pag.51, nota 29 nell’articolo di Marino Marini sull’attività del Museo Nazionale del Bargello a Firenze, a cui è stato Donato il famoso piatto con “Cremelia Bella ” attribuito ad Acquapendente.

 

 

I-N VITERBO – DIOMEO – 1544

di ALBERTO PICCINI

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                                                        Dedicato al Prof.GUIDO MAZZA, studioso viterbese.

La scritta è immortalata su di un famoso piatto da parata (45 cm) decorato a grottesche in riserva su fondo blu con trofei e strumenti musicali sulla tesa e con il mito di Diana e Atteone (Metamorfosi di Ovidio) sul cavetto centrale; da sempre nelle raccolte del VICTORIA AND ALBERT MUSEUM di Londra (Inv.n.2431-1856-n.958 del cat.Rackhalm). Questo piatto (shape 2-Rackhalm) fu pubblicato la prima volta dal FORTNUM nel 1873 nella sua monumentale opera “A descriptive Catalogue of the MAIOLICA Hispano-Moresco, Persian, Damascus and Rhodian Wares in the South Kensington Museum”, con una breve scheda descrittiva ed una buona foto in B/N dedicata proprio al famoso cartiglio con la scritta che lo studioso allora leggeva ” I Viterbo-Diomeo-1544″ saltando la lettera “N” e attribuendo naturalmente la maiolica al centro di produzione alto-laziale.

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Era la prima volta nella storia della maiolica che Viterbo appariva sul recto di un importante piatto da parata datato e firmato e ciò l’ha resa famosa al pari di centri più importanti come Deruta, Faenza, Cafaggiolo, Orvieto ed anche Acquapendente. Il Rackhalm nella scheda n.958 del suo famoso catalogo della Maiolica Italiana del V.a.M. Londra del 1940, con nota di J.Mallet, ripeteva l’attribuzione a Viterbo, leggendo il cartiglio : “VITERBO.DIOMEDE-1544” saltando colpevolmente, in toto, la “IN”. Da pochi anni è possibile scaricare finalmente dal WEB la foto a colori (non molto incisiva), corredata da alcune note, di cui una riferita a due importanti maioliche di Mastro Ludovico-Venezia: una nelle collezioni Ashmolean Museum di Oxford con una sirena nel cavetto e l’altra nel V.a.M. Londra con la “Toeletta di Venere”,

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 Ashmolean Museum, Oxford – Morassutti, 1955 – n.11                                                                                           V.A.M Londra

entrambe su un classico sfondo lagunare, dalle quali non riesco a capire il rapporto stilistico, iconografico od altro,che le leghi alla nostra opera; inoltre leggono il cartiglio facendo lo stesso errore di Rackhalm/Mallet e cambiano addirittura l’attribuzione da Viterbo al generico Italy, come se Viterbo.Diomeo fossero il cognome e il nome del nostro vascellaro. Non esiste ancora una foto del verso, ma si apprende dalla scheda del Rackhalm, che la tesa è smaltata mentre il cavetto è grezzo, con 6 leafy scrolls di cui uno al centro (tipico dei versi delle forme piane nella Tuscia). Esaminando attentamente la foto a colori dell’oggetto, si legge chiaramente che la scritta sul cartiglio, retto dalla mano destra di un giovane (boy), forse lo stesso figulo, è “I-NVITERBO-DIOMEO-1544”

pic20160307_11375801 - Copia

e quindi si può con tranquillità attribuire definitivamente il piatto al centro di produzione di Viterbo e, semplicemente applicando una delle prime regole della SUPERBOTTEGA, dedurre che Diomeo o Diomede è certamente un figulo itinerante. Infatti la preposizione “in” o “I” posta davanti al centro di produzione (vedi articolo di Alberto Piccini – Wares attribuited to Giovanni Maria made at Casteldurante or Faenza, datato 25/2/2015 su questo blog) indica che il figulo opera abitualmente o è originario di un altro luogo e si trova solo occasionalmente in quello indicato, in questo caso in Viterbo. Per individuare questo figulo, quindi, bisogna cercare altrove, non a Viterbo come è stato fatto invano negli ultimi decenni; infatti consultando i documenti di archivio trovati da Fabiano Fagliari Zeni Buchicchio, editi e inediti, del cinquecento, emerge soltanto un Diomede proprietario d’immobili (primi anni del secolo) che potrebbe essere al massimo il committente della maiolica ma di certo non colui che la dipinse. Analizzando attentamente i decori di questo piatto, sia le grottesche sulla tesa, che la “istoria” sull’ampio cavetto e la qualità complessiva dell’opera, mi sembra quasi lapalissiano indicare Casteldurante (od anche Pesaro) quale luogo di origine del nostro figulo. A titolo di esempio vi mostro di seguito le foto di alcune maioliche decorate a trofei su fondo blu prodotte a Casteldurante dal 1540 ai primi decenni del XVII sec., chiamate appunto “durantine”,

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e dal sottoscritto attribuite alla bottega dei De Rubeis e in particolare a Bernardino di Lorenzo Rubeis, presente anche ad Acquapendente nella seconda metà del XVI sec. Ipotizzo un rapporto di lavoro stabile tra Francesco di Sante Carini detto il Rosso (alias Francesco Urbini) e Bernardino di Lorenzo Rubeis, sia nel Ducato di Urbino che ad Acquapendente, dove nella stessa bottega ha probabilmente lavorato come figulo anche Fedele Fulmine da Urbino (già documentato a Siena nel 1535 e a Monte Bagnolo – Perugia dal 1545 al 1547). Il grande successo di questa importante bottega aquesiana, che continua sino alla fine del secolo, è dovuto ad una vasta e bellissima produzione di maioliche compendiarie, comprese le famose “bronzo negro” di Acquapendente.

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Scavo di Castellottieri (Sorano), del 1970 circa – Vaso con dorature attribuibile (con riserva) a Fedele Fulmine (di Urbino)

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Altri vasi dello stesso scavo:
a sinistra, con stemma di Grifone Baglioni (rif.to a pag. 79 Diari del notaio Biondi del 1589)
a destra con stemma degli Ottieri, padroni di casa – Forma di sicura origine urbinate

una volta è D.Fortnum ad illuminarci con due vasi della sua collezione privata, comprati a Roma nel 1870 ed oggi all’Ashmolean Museum di Oxford, pubblicati da T.Wilson nel 1989 (MAIOLICA-Italian Renaissance ceramics in the Ashmolean Museum – pag.66/67, scheda 29). I due vasi decorati a raffaellesche policrome tarde o grosse e foglie blu (porcellana tarda), portano una preziosa iscrizione: FATTO IN ROMA DA GIO.PAVLO SAVINO…MDC…da un lato (questa è il figulo) e FATTO IN BOTEGA DI M.DIOMEDE DURANTE IN ROMA dall’altro.

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Diomede Durante è un maiolicaro di Casteldurante operante a Roma dal 1590 al 1624, quindi probabilmente nipote del nostro Diomeo. C’è un altro vaso della stessa serie o spezieria nella collezione BAYER (scheda 41, pag.128) senza iscrizioni, con un cartiglio anepigrafo, con uno stemma nobiliare non identificato, databile 1600 circa e attribuito dalla studiosa Grazia Biscontini Ugolini alla bottega di Diomede Durante a Roma.

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Questo mio ultimo saggio dimostra con la massima evidenza, il valore e l’efficacia pratica dei princìpi e dei dettami della SUPERBOTTEGA; mi auguro che in futuro queste regole scientifiche siano sempre più applicate negli studi al fine di cancellare i tanti buchi neri che costellano ancora la storia della maiolica Italiana; non credo che saranno gli Accademici blablaisti a farlo, specialmente ora che sono shockati ed impietriti dallo scandalo internazionale che ha coinvolto recentemente la loro Regina e inoltre non riconoscerebbero mai i miei meriti; questo è il momento di fare largo ai giovani!!! Sono pronto e disponibile a collaborare con entusiasmo e generosità con tutti gli studiosi under 40, dotati di buona cultura umanistica, con qualche grammo di materia grigia sopra la media, amanti della ricerca storica e capaci di condividere con me la passione per questa arte meravigliosa!!!

ALBERTO PICCINI

MILANO – 7 Marzo 2016

Milano 12-02-2016

Caro Riccardo,

mi complimento con te per il saggio “Una famiglia di ceramisti figuli in Acquapendente – Magister Mutius di Angelo Rimedi – Secolo XVI” pubblicato recentemente sul blog “La Maiolica di Acquapendente” e ti ringrazio per questo tuo secondo contributo in meno di un anno di vita di questo strumento di divulgazione ceramica via web, appena nato, ma certamente destinato a crescere rapidamente.

Il tuo saggio è praticamente diviso in due parti; la prima dedicata a Domenico Fuschini, il multiforme personaggio di fine XIX inizi XX secolo, nato in Abruzzo e vissuto avventurosamente tra Firenze, Orvieto ed Acquapendente; la seconda parte incentrata sulla dinastia cinquecentesca dei vascellari figuli Remedi o Rimedi, attivi per due generazioni ad Acquapendente dal 1530 circa sino alla fine del secolo.

Per quanto riguarda il Fuschini mi riprometto di approfondire in futuro gli studi sul periodo orvietano, quello della società con Marcioni e Lucatelli (A. Satolli – documentazione non riciclata.. – ISAO – Orvieto 2011), per tentare di analizzare le tipologie di maioliche arcaiche e rinascimentali (in particolare il PETAL-BACK) scavate, restaurate e vendute in tutta Europa. Per adesso, sempre nell’intento di legare i documenti alle maioliche, allego qui di seguito le foto recto e verso di un vassoio prodotto nella fabbrica di Domenico Fuschini in Acquapendente nel periodo 1926-1933. Il vassoio era sicuramente completato da una bottiglia che poggiava sul cavetto centrale e da sei piccoli bicchieri. La tecnica relativa alla copertura è quella della decorazione sopra-vetrina, senza stagno e ingobbio, con possibilità forse di soffiatura di una seconda vetrina. La scritta sul verso è invece sotto-vetrina, realizzata direttamente sul biscotto. Sul recto i decori sono realizzati a mano libera, in modo mirabile e sono di tre tipi diversi tutti di origine orientale, ripresi dalla grande produzione rinascimentale cinquecentesca aquesiana: – dall’esterno verso l’interno – gli archetti di origine cinese (le costellazioni del cielo), la palmetta persiana e le perle incastonate. Il tutto quindi ripreso dalla produzione maiolica del XVI secolo, ma non si tratta di un esercizio di copia né di un tentativo di realizzare un falso d’epoca, bensì un’opera moderna, originale, semplice ed essenziale realizzata con eleganza di forme e di disegno, con materiali molto economici tesi a ridurre i costi i produzione, in linea con la secolare tradizione locale.

Foto numero 1

2

Vassoio marcato Fuschini – Acquapendente, in Coll. privata a Milano

Per quanto riguarda i vascellari Remedi invece, poichè come sempre sono più attratto e affascinato dalla produzione aquesiana rinascimentale, ho preferito analizzare e studiare l’arte di Angelo, il capostipite, e le sue opere del periodo 1530 -1550. Il nostro figulo appare per la prima volta nel documento inedito dell’archivio notarile di Viterbo del 1537 (notarile Acquapendente – 178 – Sforza Bernardino De Perusio 1536 – 1539, foglio 64 r-v), dove partecipa al gruppo elitario dei venditori dell’arte dei vascellari. La sua presenza è confermata anche nel 1546 (atto notarile – prot. 480, foglio 247/249 – Ludovico Morello quondam Bartolomeo 18/2/1546) e quindi nel periodo ancora di massima fortuna economica e di grande espansione della produzione maiolica locale, anche se a mio avviso il massimo della qualità viene raggiunto tra il 1450 e il 1520.

Non voglio dilungarmi oltre e sottopongo alla tua attenzione a quella dei frequentatori del blog, la foto di due stupendi albarelli in collezioni private, prodotti intorno al 1530 circa per l'”ospizio dell’Angelo” ad Acquapendente, infatti reca in alto sopra il cartiglio farmaceutico (Popoleon l’uno e Sur-rosato l’altro), il marchio economico R.A. per Remedi Angelo;

 

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sotto il cartiglio è dipinto in modo straordinario un angelo a figura intera quale emblema dell’ospizio. Quindi la mia lettura iconografica dei vasi ribalta quella degli Accademici Blablaisti per i quali il marchio economico del vasaio veniva indicato come emblema di una ipotetica farmacia conventuale. Questa tipologia di vasi da spezieria prodotti in grande quantità sin dai primi decenni del XVI secolo sono stati spesso attribuiti in passato a Casteldurante e come al solito senza validi motivi storici, tecnici o scientifici; prossimamente presenterò su questo blog un mio studio che li assegna definitivamente ad Acquapendente.

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Grande albarello in coll.privata Firenze

5Albarello dalla coll.Bayer, num.18 pag. 78/79

Sottopongo inoltre alla vostra attenzione una bella coppa con il ritratto d una signora dell’epoca, 1550 circa, molto incisivo, siglato ai lati del volto R.A parafati, ancora la sigla di Angelo!

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Coppa in coll.privata nelle Marche

Per finire visto il successo di CREMELIA BELLA della seconda metà del XVI secolo, vi prego di ammirare l’ultima foto recto e verso della Bella BIANCIFIORE, piatto di proprietà di un famoso antiquario parigino, sicuramente aquesiana e forse prodotta nella bottega dei Remedi.

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di Riccardo Pivirotto

 

Fabbrica maioliche Fuschini Acquapendente

 

 

Parte I – DALLA SCOPERTA ALL’IMITAZIONE

1,I. Introduzione

La prima e importante scoperta dell’antica produzione ceramica in Acquapendente fu fatta agli inizi del ventesimo secolo da Domenico Fuschini. Nato a Castiglion Messer Raimondo (TE), trascorse la sua gioventù a Firenze, dove la predilezione artistica della città lo portò a comprendere l’importanza delle preziose opere esposte nelle botteghe antiquarie. Congedandosi nel novembre del 1897 dal corpo delle Guardie di Finanza di Brindisi, nel 1906 si trasferì stabilmente a Orvieto. Influenzato dalla presenza nel sottosuolo di varie cavità dalle quali, archeologi, antiquari e privati cittadini, estraevano febbrilmente manufatti di ogni genere, divenne presto l’iniziatore del collezionismo ceramico e di altri oggetti medievali non meglio specificati. Compare per la prima volta come “antiquario” in un documento datato 27 Maggio 1907, relativo a un elenco di oggetti da donare al Museo Civico. L’anno successivo, assieme al prof. Getulio Ceci e l’avv. Arcangelo Marcioni, diede vita a una singolare Società, che contemplava nell’atto costitutivo le finalità, legate alla ricerca dei pozzi, all’acquisto dei materiali ceramici sino alla rivendita degli oggetti, ovviamente, affidando al Fuschini la vendita delle ceramiche nell’importante piazza antiquaria di Firenze.1 La qualifica di libero professionista compare per la prima volta il 16 agosto 1908 nella ricevuta di spesa di un ricco commerciante inglese, Ser Herbert Percy Horne. Nella notula, si definì come, “Collezionista di majoliche medioevali, amatore di oggetti antichi e di curiosità”, per avergli venduto un piatto realizzato nei primi anni del XVI secolo a Lire 20, e altri piccoli oggetti in metallo. L’attività di ricercatore antiquario e scavatore abusivo lo portò inevitabilmente a dei contrasti con altre compagnie di scavo, inducendolo a compiere atti deprecabili. Fu citato in tribunale a rispondere di maltrattamenti, inferti a colpi di bastone contro il Signor Guglielmo De Ferrari, per essere stato apostrofato come “canaglia e ladro”.2 La causa a noi ignota porta a supporre che la lite sia scaturita per la compravendita di ceramiche, frutto di un intenso giro di affari avviato in Orvieto, comprando ed esportando il materiale pervenuto da scavi clandestini. In seguito il Fuschini vendette al Museo del Bargello di Firenze un’intera partita di ceramiche medioevali, traendone un ottimo profitto. Il corredo era composto di alcune particolari tazzine decorate a tema religioso, proveniente dallo svuotamento illegittimo di un pozzo in Via de’ Dolci.

Fuschini ad Acquapendente

L’antiquario Domenico Fuschini (il primo a destra) – Collezione Ronca

Lo stesso anno, donò alcuni oggetti di epoca Romana e Medioevale al Museo Civico di Orvieto, per esporli nelle opportune teche espositive.3 Negli anni seguenti la sua ambiziosa attività si spostò oltre i confini nazionali, esportando e importando maioliche da Londra, tanto che l’antiquario e poeta Augusto Jandolo affermava Dove si fecero bei piatti di Mastro Giorgio e di altri grandi majolicari italiani”, probabilmente riferendosi a una intensa opera di falsificazione delle maioliche riprodotte fedelmente alle originali, provenienti in Italia dal mercato londinese.4 Il Fuschini, non riuscendo più criticamente a distinguere gli oggetti veri da quelli falsi, per gli effetti provocati dalle tante falsificazioni presenti nel mercato antiquario, terminò di lì a poco la sua attività. Nel Marzo del 1910 una curiosa notizia apparve sui quotidiani nazionali (La Stampa, La Gazzetta del Popolo, il Momento Sera). Alla stazione di Porta Nuova di Torino, un certo Domenico Fuschini, nel seguire le operazioni d’imbarco di una grande cassa di legno bianco, diretta in Francia per poi proseguire come bagaglio “Arredi teatrali” per Londra, gli fu contestato la spedizione dall’amministratore di ferrovia. La particolare mole dalla cassa depositata di fronte all’ufficio della dogana, e l’eccessiva enfasi del Fuschini nel dimostrare che il contenuto fosse composto soltanto di arredi teatrali, destò sospetti. Soggetta al controllo della polizia doganale, si scoprì che questa conteneva al suo interno una “Bica” romana in bronzo (metà falsa). L’eco della notizia lo portò inevitabilmente a intraprendere un nuovo percorso commerciale, conscio di non poter continuare nessuna attività verso Nord, sviluppò una nuova rete antiquaria verso il Sud della penisola, richiedendo il permesso di vendita di terraglie e majoliche nella città di Napoli. Le molte attività commerciali e la particolare attrazione verso la ceramica cambiarono significativamente il suo processo di vita. Uomo molto asciutto nel fisico e pieno d’intraprendente volontà commerciale, in quegli anni seppe illuminare il percorso della conoscenza artistica, riconoscendo nella cittadina di Acquapendente le prove inoppugnabili della produzione di antichi manufatti ceramici. Presto divenne capo-carceriere in Acquapendente e, durante i lavori di adeguamento strutturale del complesso penitenziale, situato all’interno del castello, scoprì un “Pozzo da butto” contenente acqua. Durante l’opera di drenaggio furono trovati una moltitudine di frammenti ceramici di epoca medioevale, alcuni di un tipo molto raro, definito a “Goccioloni”, per le escrescenze di colore blu applicate come decoro sul corpo ceramico.5 Il particolare rinvenimento all’interno della cavità, suscitò in lui un oggettivo interesse, analogo alla passata esperienza nella città umbra, riconoscendo, nella frammentazione di piatti, ciotole e boccali, la conseguente azione legata alla peste che, afflisse molti secoli prima gli orvietani. La sua ragionata conclusione lo portò a ricordare che in alcune antiche carte, usate per avvolgere le arance, riportavano le ordinanze del Podestà di Orvieto, tra cui quella di lavare le stoviglie prima di gettarle all’interno del pozzo. Le ricche famiglie buttavano via non soltanto le stoviglie in metallo prezioso, ma anche le maioliche più pregiate, credendo con cieca superstizione di sentirsi al sicuro da qualsiasi contagio se occultate al loro interno. L’usanza di gettare dei materiali inerti nei pozzi per purificare il prezioso liquido è comune a molte cittadine, ad esempio a Pitigliano (GR), ancora oggi durante lo svuotamento dei pozzi si rinvengono dal fondo delle pietre scure basaltiche di vario volume, denominate dai locali “le pietre della Lente”, prelevate dall’omonimo fiume sottostante l’abitato. Nel pozzo del castello di Acquapendente, oltre alle ceramiche medioevali, furono trovate delle maioliche graffite sulla superficie, colorate di marrone e di verde. L’interesse per l’antico, originato da innumerevoli manufatti, fu tale che Domenico Fuschini intraprese con impegno lo studio della ceramica. Analizzando con attenzione la moltitudine dei frammenti comprese l’importanza di come ripresentarli all’attenzione antiquaria, imitandoli così perfettamente nelle forme e nei decori, tanto da studiare innovative tecniche d’invecchiamento. L’innato interesse per le cose antiche e l’amore per Maddalena Salvatori spiegano i motivi del perché il Fuschini nel 1926 visse stabilmente in Acquapendente, impiantando una fabbrica di maioliche artistiche negli ambienti adiacenti al convento di San Francesco. La sede lavorativa, composta di ampi spazi disposti su vari livelli, ospitò moderni laboratori per la preparazione degli smalti e vernici, accogliendo operai qualificati fatti venire dal noto centro di produzione ceramica di Castelli (TE), Franco Facciolini (tornitore e decoratore), Ottavio Rosa (tornitore), Erbace ed Elia Rosa (decoratori). Inoltre, per la particolare specializzazione di Mastro Concezio, chiese di costruire forni in nenfro per la cottura delle ceramiche. La produzione artistica proseguì alacremente e alcuni anni dopo assieme al socio “Elia Rosa” avviarono una nuova produzione composta di giocattoli, fischietti, presepi e altre suppellettili, comprese le maioliche artistiche di uso comune, nelle quali riprodusse decori simili a quelli rinvenuti nei pozzi. Le ceramiche prodotte ricoprirono cronologicamente un periodo dal tardo Medioevo fino al Novecento, esportate ovunque, soprattutto in Inghilterra, furono un’importante fonte di guadagno. Il ruolo di produttore e mercante d’arte di ceramiche “false” fu reso evidente dai suoi rapporti epistolari con i vari musei, riscontrando la vera natura intricante di Domenico Fuschini. All’interno delle casse di spedizione, destinate agli antiquari e ai mercanti inglesi, assieme alle maioliche moderne inserì quelle false; lo affermò Pico Cellini, uno dei più famosi restauratori italiani, il quale disse che “al South Kensington Museum (oggi Victori & Albert Museum) ci sono maioliche rifatte”. Completamente false, vendute dall’”Anticaio” Domenico Fuschini, che al ritorno dai fruttuosi viaggi londinesi ai suoi compaesani amava dire: “Sono stato a Lontre”. Ancora »

Inseriamo l’intervista a Alberto Piccini circa alcuni dubbi venuti alla luce dopo l’intensa conferenza sulla ceramica di Acquapendente tenutasi nel mese di maggio 2015 presso la sala conferenze del Museo della Città di Acquapendente (VT).

L’intervista è stata divisa in quattro parti, buona visione.

Sabato 5 dicembre 2015 a Pesaro presso la Sala della Provincia “Adele Bei”

si terrà la conferenza di Alberto PICCINI dal titolo:

LA VERA IDENTITA’ DELLA DAMA DIPINTA DA LEONARDO DA VINCI

SULLA FAMOSA TAVOLA DEL LOUVRE “LA BELLE FERRONIERE”.

Con il Patrocinio dell’Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo” edella Provincia di Pesaro Urbino

organizzazione degli Amici della Ceramica.

Per informazioni:

Amici della Ceramica tel. 0721.33181 – email: fabrizio-fiorelli@libero.it

Locandina conferenza Pesaro

Sala archivio

Sala dell’archivio vescovile di Acquapendente

A cura di Monica CECCARIGLIA e Danila DOTTARELLI

L’origine della sede vescovile di Castro risale, probabilmente, all’VIII secolo, quando in seno al Sinodo Romano del 769 tra i vescovi partecipanti si trova un Lautfredus Episcopus Castri.

S. Savino, vescovo patrono di Castro

S. Savino vescovo, patrono di Castro

Le ragioni per cui la diocesi fu traslata ad Acquapendente, a seguito della distruzione della città di Castro, devono essere ricercate nel fatto che gli stessi Vescovi di Castro, per beneplacito di papa Clemente VII o più probabilmente di papa Paolo III Farnese, divennero commendatari dell’Abbazia del Santo Sepolcro di Acquapendente, di cui gli ultimi Vescovi castrensi assunsero il titolo di Abati.

Fu quindi nel 1649 che la diocesi fu traslata ad Acquapendente con la bolla, In supremo militantis Ecclesiae, di papa Innocenzo X; stessa sorte toccò anche al Capitolo di Castro.

La basilica del Santo Sepolcro divenne la cattedrale e qui furono trasportati tutti gli arredi sacri, le suppellettili, le sacre reliquie ed il corpo di S. Bernardo, vescovo di Castro. In questo modo la diocesi di Acquapendente, accorpando tutto il territorio della diocesi estinta ed alcune parrocchie della diocesi di Sovana-Pitigliano, venne separata da quella di Orvieto a cui apparteneva.

Nel 1785 si verificò il passaggio di Proceno ed Onano, a quei tempi sottoposte alla giurisdizione del vescovo di Sovana-Pitigliano, alla diocesi di Acquapendente in luogo di Manciano e Capalbio.

Nel 1920 la diocesi in questione fu congiunta a quella di Bagnoregio ed il 14 giugno 1951, con il vescovo Luigi Boccadoro, fu unita “ad personam”a quella di Montefiascone.

Nel 1973 Torre Alfina, frazione di Acquapendente, appartenente alla diocesi di Orvieto, venne annessa a quella di Acquapendente; Trevinano, già nella diocesi di Città della Pieve, subì la stessa sorte.

Nel 1986 con la bolla del 27 marzo di Giovanni Paolo II, nel piano di ristrutturazione e di unificazione delle diocesi italiane, venne costituita la nuova diocesi di Viterbo in cui confluì quella di Acquapendente. Le parrocchie, al momento dell’estinzione della diocesi, erano nei comuni di Acquapendente, Canino, Cellere, Farnese, Ischia di Castro, Onano, Proceno.

Gli Archivi delle antiche diocesi di Castro e Acquapendente hanno sede presso il palazzo Vescovile, appartenuto alla famiglia Oliva e acquistato nel 1650 dalle confraternite di Acquapendente per la residenza dei vescovi della Diocesi.

Gli archivi sono stati completamente riordinati tra il 2007 e il 2009 e sono messi a disposizione dei cittadini e dei ricercatori.

Archivio storico della diocesi di Castro

L’Archivio storico della diocesi di Castro conserva documentazione propria della curia, del Capitolo e delle confraternite della città di Castro, per un arco cronologico compreso tra il XV secolo e la prima metà del XVII secolo.

Serie

Estremi cronologici

Consistenza

Visite pastorali

1477-1641

12

Sinodi

1564-1625

10

Bolle e altri atti vescovili

1465-1623

5

Catasti

1502-1611

5

Istrumenti

1453-1648

16

Atti civili

1577-1649

16

Atti criminali

1588-1632

10

Ordinazioni

1557-1581

1

Atti matrimoniali

1564-1649

3

Miscellanea

XV sec.-1649

6

Gli archivi aggregati

  • Capitolo di Castro

  • Confraternita di S. Giovanni Evangelista di Castro

  • Confraternita della Misericordia di Castro

  • Confraternita del Santissimo Sacramento di Castro

Archivio storico della diocesi di Acquapendente

L’Archivio storico della diocesi di Acquapendente conserva sia documentazione propria della curia di Acquapendente sia documentazione prodotta da altri enti quali ospedale, seminario, confraternite, monasteri ed opere pie; l’arco cronologico è compreso tra il XV secolo ed il XXI secolo (le carte posteriori al 1986 si riferiscono a pratiche e questioni riguardanti la ex diocesi e qui portate e conservate dall’ultimo cancelliere).

Le serie dell’Archivio storico della diocesi di Acquapendente

Serie

Estremi cronologici

Consistenza

Visite pastorali

1650-1961

162

Sinodi

1665-1959

7

Relazioni ad limina

1820-1954

8

Notificazioni, circolari, editti e altri atti

1656-1966

26

Bollari

1650-1936

10

Istrumenti, testamenti

1650-1868

30

Rescritti e decreti

1713-1967

26

Atti della cancelleria

1753-1989

21

Giurisdizione ecclesiastica

1650-1989

500

Ordinazioni

1690-1968

42

Benefici

1658-1900

16

Concorsi, atti di possesso

1695-1966

8

Mensa vescovile

1681-1982

17

Corrispondenza

1650-2005

59

Amministrazione

1656-1994

5

Amministrazione delle parrocchie

1546-1986

121

Amministrazione contabile

1687-1982

13

Succollettoria degli spogli

1817-1914

1

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1865-1968

8

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1896-1986

20

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1920-1968

5

Atti matrimoniali

1650-1967

367

Transunti

1900-1976

59

Libri di messe

1733-1972

32

Miscellanea

1556-1984

42

Gli archivi aggregati

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  • Confraternita dell’Orazione e Morte di Acquapendente

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  • Orfanotrofio di S. Maria Assunta di Acquapendente

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  • Opera pia Paicci di Proceno

  • Opera pia Pinelli di Onano

  • Azione Cattolica di Acquapendente

Visita pastorale di mons. Alessandro Fedeli

Documento riguardante la visita pastorale di mons. Alessandro Fedeli

L’Archivio storico diocesano vista la varietà di documentazione conservata può permettere agli studiosi e agli appassionati della storia locale di impostare ricerche afferenti all’ambito religioso, statistico-demografico (studi di onomastica, ricerche genealogiche, ecc.), giudiziario (reati civili e criminali attraverso lo studio delle carte del tribunale ecclesiastico), assistenziale (carte delle confraternite, dei conventi, degli ospedali, delle opere pie), nonché svolgere studi storico-artistici-architettonici (registri delle visite pastorali e di contabilità), di storia dei costumi (editti e notificazioni vescovili) ed antropologici (evoluzione del comportamento e della pratica religiosa).

Archivio delle diocesi di Castro e Acquapendente

Via Roma, 85 –01021 Acquapendente – Viterbo

Per informazioni: Centro diocesano di documentazione di Viterbo, tel. 0761/325584

Orario di apertura: sabato 9-12,15 (orario invernale)

9,30-12,15 (orario estivo)

Pubblichiamo in due parti la registrazione video relativa alla Conferenza tenuta da Alberto Piccini e da Fabiano Tiziano Fagliari Zeni Buchicchio.

Parte 1

Parte 2

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Il 29 agosto 2015 dalle ore 10,30 si terrà ad Acquapendente presso la Sala Conferenze del Museo della Città il secondo incontro del “Ciclo di Conferenze sulla Ceramica di Acquapendente dal XIII al XVIII secolo“: La simbologia della Passione di Cristo nella maiolica del Lazio”, a cura di Romualdo Luzi.

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Invitiamo tutti gli appasionati a partecipare all’evento. Dopo la presentazione sarà organizzata una visita guidata alla sezione del Museo della Città presso la Torre Julia De Jacopo.

 

di Giuseppe Ciacci

Per arricchire ed aggiornare l’argomento sulle “Belle” di Acquapendente voglio aggiungere questo mio modesto contributo alla discussione.

Per prima cosa è bene aggiungere alla visione di tutti il piatto in collezione privata (fig. 1) presente nel primo saggio1 che tratta dettagliatamente l’argomento in questione tratto da Le “ Belle” nella ceramica di Acquapendente; aut. Romualdo Luzi in, Le ceramiche medievali e rinascimentali di Acquapendente, “Atti del I Convegno di studi. Acquapendente 20 Maggio 1995”.

FIG1

fig 1

Su di esso è riportata la data 1588 ed il cartiglio è verticale come il piatto di Cremelia aggiungiamo quindi

LIVISA BELLA” alla nostra parata di bellezze; nella scheda Luzi descrive il piatto come realizzato ad ingobbio sotto vetrina, interessante anche il frammento proveniente da Farnese2 descritto nello stesso articolo che sappiamo ingobbiato e invetriato esternamente (fig.2)

FIG2

fig 2

A questo punto volevo aggiungere alcuni frammenti (fig.3-fig.4-fig.5) provenienti da Acquapendente3 in particolare

FIG3

fig 3

FIG4

fig 4

FIG5fig 5

I primi due dagli scavi di via Rugarella 84 (2014) mentre il frammento di fig. 5 dagli scavi di Piazza Tranquillo Guarneri (1990), questi frammenti da una prima analisi sembrano tutti realizzati con la tecnica dell’ingobbio ed hanno l’esterno invetriato.

Così come i due frammenti da raccolta privata (fig.6 e fig.7) anch’essi provenienti da Acquapendente4.

fig6

fig 6

fig7

fig 7

E’ impressionante come tutti questi frammenti possano essere indistintamente sovrapposti ad uno qualsiasi dei piatti delle nostre belle senza che i piatti stessi perdano la loro compiutezza grafica. Mi sono divertito a fare una piccola manipolazione fotografica per dimostrare l’appartenenza di questi frammenti a piatti identici a quelli in questione (fig. 8, 9, 10, 11).

fig8

fig 8

FIG9

fig 9

fig10fig 10

fig11

fig 11

Questo a dimostrazione che per circa 20 anni (1579-1596) la produzione di queste tipologie di piatti ha utilizzato gli stessi spolveri e lo stesso modus operandi, con lievi modifiche che riguardano l’ornato e gli accessori; altro accostamento irriverente può essere “l’ispirazione iniziale” che può aver avuto il pittore delle belle, rubando la posa a qualche copia circolante della venere del Botticelli (fig.12) perdonatemi l’azzardo ma i mezzi informatici ci permettono questo ed altro.

fig12

fig 12

Ritornando sull’argomento può essere interessante, per approfondire l’iconografia, elencare i tipi di orecchini, la collana principale, il pendente della collana, la collanina secondaria (sempre presente), così come le finiture degli abiti, le acconciature dei capelli, le date e i cartigli con i nomi. Il solo confronto tra i decori del corpetto (fig13): tre linee verticali alternate con spazi riempiti da x e da riccioli o s segnati in senso orario e antiorario, graffiti in bianco su fondo blu, permette di dire che sono pressoché identici su tutte le “belle”5.

FIG13

fig 13

Voglio ora inserire una nota di attualità nella discussione mostrando ciò che gli artigiani di Acquapendente ancorati alla forte tradizione locale ancora producono; le foto (fig. 14-15-16) che seguono sono ceramiche6 che richiamano le nostre belle del passato e dovute all’abile mano del ceramista aquesiano Claudio Ronca.

fig14

fig 14

fig15

fig 15

fig16

fig 16

Sono dunque tante le “belle” sconosciute che sono state prodotte negli anni e per il futuro ci dobbiamo aspettare di incontrarne altre, magari con qualche indizio per poter dare un nome al “Pittore di Cremelia” .

Per concludere essendo tutti i frammenti prima illustrati e i piatti descritti da Luzi ingobbiati e invetriati all’esterno è interessante capire se il piatto di “Cremelia” può essere un discriminante essendo una maiolica, non ingobbiata; se la Prof.a Gardelli ha la possibilità di fare una ricognizione sul piatto ci può aiutare ad escludere questo, che ad oggi è l’unico elemento che differenzia la nostra bella dalle altre.

NOTE:

1) in “LE CERAMICHE MEDIOEVALI E RINASCIMENTALI DI ACQUAPENDENTE” , Atti del I° Convegno di Studi (Acquapendente 20 maggio 1995) a cura di Renzo Chiovelli, edito dal Comune di Acquapendente e dalla sede locale dell’ Archeoclub d’Italia, Maggio 1997, pag.63-71

2) come sopra pag. 106 e in “Ceramiche medievali e rinascimentali del Museo di Farnese” Testimonianze dai butti del centro storico, Luciano Frazzoni, edito dal Sistema Museale del Lago di Bolsena, Quaderni n° 8, Bolsena 2007, pag.43.

3) Scavi eseguiti dalla Soprintendenza per l’Etruria Meridionale in collaborazione con l’Archeoclub di Acquapendente.

4) In uno dei frammenti ingobbiati ed invetriati all’esterno si intravede il cartiglio con parte del nome “BATOM”?

5) Anche il frammento di fig. 7 ha il corpetto con le stesse caratteristiche degli altri piatti.

6) le immagini delle ceramiche sono state riprodotte su mattonelle smaltate 20×20 cm. tratte da disegni originali.

a cura di GIULIANA GARDELLI

Documento redatto il 18.9.2006 per il IV convegno sulla Ceramica di Acquapendente

Parte prima

Il Pittore di Cremelia

Piatto espanso, senza tesa e con bordo rilevato, su piede a cercine”, così fu da me definito nel 1986 un piatto datato 1596 che appariva per la prima volta sulla letteratura ceramologica con l’attribuzione al centro laziale di Acquapendente1(fig. 1 a,b).

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Fig. 1 a- Piatto con “CREMELIA BELLA. 1596” . Acquapendente, Pittore di Cremelia, 1596. Collezione privata

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Fig. 1 b-Piatto con “CREMELIA BELLA. 1596”; profilo

Non vi fu alcuna contestazione, che io sappia, né scritta né verbale, a tale inedito riferimento, ritengo in virtù del fatto che i tratti figurativi e tutto il ductus pittorico non trovavano riscontri in nessun altro centro dove la pittura su maiolica aveva fino allora dominato la scena. E’ ben vero che avvicinai il piatto sia a manifattura toscana, nella fattispecie di Montelupo alla fine del Cinquecento, sia alla zona viterbese, ma la sicurezza del ritrovamento con scarti di fornace della stessa tipologia in situ avvalorarono l’ipotesi iniziale.

Quale era la linea pittorica così inedita da indurre lo studioso a cercare nei grandi “buchi neri” della ceramologia italiana un artigiano capace di creare una nuova tipologia troppo a lungo dimenticata?

Cominciamo dall’argilla usata: rossa, dura e compatta si svela sotto una leggera invetriatura nel verso e già da subito si elimina tutto il settore che si snoda dalla Romagna alle Marche, abbondantemente sviscerato in un secolo e più di studi. Essa invece si colloca indubbiamente nelle cave collinari della Toscana e dell’alto Lazio, come precedenti ritrovamenti ceramici nell’antico Ducato di Castro avevano evidenziato negli studi editi fin dal 1981 a cura di R. Luzi e M. Romagnoli2 .

Una ricerca negli archivi locali aveva portato i due studiosi a portare alla luce documenti non solo sulla produttività delle fornaci di Castro, ma anche su quella di Acquapendente, da dove proveniva un …magister Giminianus Stelliferus de Aquipendio Vascellarius modernus…che nel 1579 chiedeva di trasferirsi a lavorare in Castro3. Nel proseguo degli studi e delle ricerche proprio dagli archivi di Acquapendente sono usciti i nomi di molte famiglie che esercitavano l’arte della maiolica o vascelleria che hanno largamente arricchito il panorama ceramico del Rinascimento4, ponendo finalmente fine ad una egemonia critica che aveva assegnato solo ad alcuni centri la totale produzione maiolicata italiana5.

Se i reperti ceramici fino ad allora ritrovati potevano rientrare in un prodotto definibile “popolaresco”6, la figura di Cremelia, la “bella” dipinta nel piatto in esame, rivelava invece tutt’altro stile e tutt’altra tecnica ceramica.

Infatti, mentre i ritrovamenti castrensi della stessa epoca nella quasi totalità sono a ingobbio e vetrina7, il piatto in esame, come gli altri della “Galleria delle belle” di cui tratteremo, sono dipinti su maiolica. Siamo quindi di fronte ad una ceramica elitaria che testimonia la capacità delle fornaci locali di offrire un prodotto di pregio, indice di una classe sociale sufficientemente elevata8. Esaminiamo dunque lo stile pittorico di questo artista ancora anonimo.

Il piatto è dipinto a tutto campo e vi domina un busto femminile il cui viso, appena girato verso sinistra ma non pienamente di tre quarti, ci osserva malizioso dai grandi occhi scuri. La fanciulla appare su un fondo verde che imita forse un tendaggio, trapassato ai due lati da cartigli con la scritta, a sinistra “CREMEL” e a destra “I A . BELLA”. Nell’amplissimo giro manica in basso a sinistra vi è la data in corsivo: “1596”. Possiamo dunque definire il piatto un “gamelio”, omaggio alla bellezza femminile, offerto in occasione del fidanzamento o del matrimonio di Cremelia, che può essere avvenuto appunto nel 1596.

In attesa di dare un nome a questo straordinario pittore su maiolica, lo chiameremo il “Pittore di Cremelia”. Quali sono i tratti caratteristici della sua pittura così particolare da balzare evidente in una galleria di “belle” che ancorché non sia fino ad oggi affollata, è destinata, ne siamo convinti, ad accrescersi nel corso degli studi ?9

Grazia e raffinatezza caratterizzano la sinuosa movenza del viso di Cremelia, che esce dal fondale attraverso una sapiente composizione degli elementi figurativi. I due cartigli in opposizione sono trapassati dalle punte dell’ampio collare (o colletto) giallo della veste raffinatissima, con ricami e merletti che ne sottolineano il bordo. Piegoline appena accennate, ma visibili attraverso sottili linee a punta di pennello, che alternano due toni di giallo, sviluppano la stoffa verso l’alto per formare il ventaglio dal quale emerge il delicato viso su collo e busto ben impostato. Il pittore usa ora un pennello più grosso intriso di colore giallo per creare a sinistra la parte in ombra del viso mediante ampie pennellate, mentre lascia a destra il bianco di fondo come delicato incarnato della fanciulla illuminato dalla luce radente, sì da ottenere il rilievo del volto. I grandi occhi sono disegnati con tratto nitido, mentre l’acconciatura dei capelli è trattenuta sulla nuca da un grande cercine10.

Sul davanti, nell’ampia scollatura scende un filo di perle che trattiene un gioiello a forma di pendente assai elaborato che ricorda anche l’orecchino.

Il tono scuro della collana potrebbe indicare corallo nero o forse lapislazzulo a sottolineare ancor più l’elevato livello sociale della committenza.

Esaminata la fanciulla dipinta, osserviamo la struttura del gamelio, a metà strada fra il catino, di cui non ha l’altezza, ed il piatto, senza tuttavia sottolineatura di tesa o cavetto11. Dalla letteratura ceramologia che è seguita alla pubblicazione della “CREMELIA BELLA12, conosciamo una serie di piatti di simile fattura, eseguiti su stampo, con iscritti nomi di fanciulle e talora con date.

L’arco cronologico di questa tipologia di “belle”, attribuibili al medesimo pittore, e con le medesime caratteristiche sia nello stile pittorico sia nell’atteggiamento e nella moda delle fanciulle, percorre due decenni, dal 1579 al 1596.

A questo punto tuttavia è doveroso esaminare un gruppo di gamelii riferibili al 1565, ruotanti attorno ad un pittore che si firma “R” nel verso della coppa con “GINEVRA BELLA” (fig. 2 a,b).

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Fig. 2 a- Coppa con “GINEVRA BELLA”. Acquapendente, Pittore R. 1565 ca. Faenza MICF , già Collezione Mereghi.

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Fig. 2b- Verso con lettera R.

Si tratta di tre ceramiche in cui le fanciulle sono abbigliate in modo assai simile alle “belle” dello Stato di Urbino13, come erano dipinte sulla maiolica nei primi decenni del secolo decimosesto, secondo una moda che sarà superata già al terzo quarto del secolo. La coppa che fissa la datazione del piccolo gruppo al 1565 omaggia una “ANTINA BELLA” (fig.3 a,b) e si trova in collezione privata come un’altra con “LA GIULIA BELLA”, mentre la “GINEVRA BELLA” fa mostra di sé al Museo di Faenza, proveniente dalla donazione Mereghi.14 Quale conclusione possiamo trarre dal confronto fra il gruppo del Pittore R e quello del Pittore di Cremelia?

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Fig.3 a- Coppa con “ANTINA BELLA”. Acquapendente, Pittore R, 1565. Collezione privata.

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3 b- verso con la data 1565.

Indubbiamente hanno molto in comune: tratto deciso del disegno, buona prospettiva, capacità di ottenere i rilievi con precisi tocchi di pennello, vivacità di espressione dei visi, cura raffinata dei particolari, anche se rileviamo nel Pittore R una maggior insistenza su particolari anatomici, quali le orecchie ed il naso resi quasi in modo caricaturale con arrovellio della linea disegnativa. E’ tuttavia innegabile che un confronto si pone.

Possiamo ipotizzare che si tratti di un unico pittore che abbia prima lavorato ad Urbino, o comunque abbia avuto in tale ambito la prima formazione intorno alla metà del ‘500 e poi successivamente si sia recato a cercare il proprio spazio vitale nel territorio dell’Altolazio? Siamo tentati di crederlo, in quanto notiamo che il gruppo di Cremelia dimostra una capacità stilistica più matura, che ha eliminato certe asprezze, aggiornandosi anche alla moda del luogo, ma lasciando intatto il proprio ductus pittorico. Perciò l’arco di vita lavorativa di questo straordinario artista potrebbe dunque ampliarsi di più di un decennio ed attestarsi fra il 1565 ed il 1596.

Interessante è senza dubbio l’onomastica che traspare dalle scritte. I nomi, per noi oggi strani, appartenevano ad una classe sociale elevata, probabilmente non solo di Acquapendente, ma trattandosi di commissioni, anche del territorio.

Per quanto conosciamo, quattro sono gli esemplari di gamelii datati con nomi femminili: “ANTINA” del 1565 in collezione privata, la “LIONIA” del 1579, nel Museo di Palazzo Brogiotti a Viterbo15 (fig.4), “FROLITA” del 1583, venduta nell’asta Finarte nel 198916 (fig.5), e la “CREMELIA” del 1596, in collezione privata. Aggiungiamo a queste le non datate: “DOMENICA” già collezione Cora, ora al Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza17, “GIDIA GRATIO”, dipinta di profilo18, in raccolta privata, mentre “VIDONIA” (fig.6) e“LIONIDA G”, le vediamo dipinte su frammenti da recupero19. A queste uniamo le più “antiche”: “ANTINA “ e “GIULIA” che accompagnano “GINEVRA” attorno al 1565.

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Fig.4- Piatto con “LIONIA BELLA. 1579. Acquapendente, Pittore di Cremelia,1579. Viterbo, palazzo Brogiotti.

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Fig.5- Piatto con “FROLITA BELLA 1583/ A N M/ D I”. Acquapendente, Pittore di Cremelia, 1583. Collezione privata.

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Fig. 5 a-  “DOMENICA  BEL..”.  Faenza MICF,  già Collezione Cora.

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Fig.6- Piatto con “VIDONIA BELLA” . Acquapendente, Pittore di Cremelia, sec. XVI, ultimi decenni. Acquapendente, Museo Civico.

Una “IULIA B” su un boccale di stessa provenienza ci sembra opera di un collaboratore più modesto del Pittore di Cremelia o del Pittore R20. Così dicasi per una serie di ceramiche della stessa epoca con volti maschili e femminili rinvenuti nel territorio. E’ evidente che accanto all’opera del maestro ruotavano allievi e collaboratori in grado di attuare prodotti piacevoli, ma di minor pregio e quindi di minor prezzo sul mercato.

A tutte queste potremo aggiungere una “DIANA” di cui tratteremo nella parte seconda del presente studio.

Volgiamo ora l’attenzione anche ad alcuni piatti già della Collezione Cora, e quindi con tutta probabilità provenienti dalla zona tosco-laziale, dati in catalogo a Viterbo, ma sicuramente di Acquapendente, per quanto generiche opere di bottega21. Fra queste infatti estrapoliamo un bel volto maschile di profilo con cartiglio iscritto: “RUGIERI. P.W”, che ritengo riferito al personaggio di Ruggero, protagonista sia dell’Orlando Innamorato del Boiardo, sia poi dell’Orlando Furioso dell’Ariosto, considerato dall’agiografia del tempo antico progenitore della casa d’Este (fig.7). La ceramica faceva parte di una serie per così dire “ariostesca” in quanto esistono altri due piatti riferiti al medesimo poema, l’uno con “ORLANDO” e l’altro con “ANGIOLA BELLA”, chiaramente allusiva ad Angelica22. Tutti portano nel cartiglio sulla destra le lettere “P W” e sarebbe quanto mai interessante scoprire a chi erano riferite. Riteniamo infatti che non si tratti del pittore (che di solito si firmava nel verso), ma con tutta probabilità di un colto personaggio, committente di una serie che doveva senz’altro essere più numerosa. Osservando lo stile che si manifesta nei tre piatti, si notano sottili incisioni nella maiolica blu di fondo, che, insieme al tipo di vesti ricordano molto certa ceramica dello Stato di Urbino. Dato che il modo di usare il pennello per realizzare le figure è quello del Pittore di Cremelia, potrebbero le ceramiche ariostesche costituire il trait d’union fra il Pittore di Cremelia ed il Pittore R ?

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Fig.7- Piatto con “RVGIERI.P.W”. Acquapendente. Pittore di Cremelia o Pittore R, sec. XVI, ultimi decenni. Faenza MICF, già Collezione Cora.

Una curiosa annotazione è nel piatto di FROLITA. Infatti oltre al cartiglio con il nome e la data 1583, ve n’è un altro con queste lettere interpretate nella didascalia del catalogo di vendita: A.N.M./ D.L sciolte in “Anno di nascita 1550”. Con questa interpretazione, al tempo della pittura la donna dallo stranissimo nome avrebbe avuto 33 anni; ci sembra un po’ troppo per un gamelio dal volto di fanciulla. Infatti l’ultima lettera è più verosimilmente una “I”, quindi propendiamo pertanto per l’acronimo: A.N.M.D.I ancora da interpretare. Non sappiamo dove ora si trovi il gamelio con “FROLITA”, ma solo una visione diretta della scritta potrebbe sciogliere ogni dubbio.

Per concludere questa breve disanima su un gruppo particolare di gamelii, ipotizziamo che il Pittore di Cremelia operante in Acquapendente negli ultimi decenni del secolo sia lo stesso che nel 1565 si è firmato con la lettera R, utilizzando uno stile formatosi su precedenti modelli urbinati, oppure, e non è improbabile, che l’uno sia stato allievo dell’altro.

Parte seconda

Il Pittore di Diana

Desideriamo porre l’attenzione su un piatto dedicato ad una fanciulla chiamata classicamente:“DIANA”, facente parte della Collezione “ITALIKA”23 (fig. 8 a b). Sia che fosse veramente il suo nome, sia che sotto lo pseudonimo si celasse una donna amata da un poeta, che per vezzo la riferiva alla dea cacciatrice, simbolo anche della romantica luna, è un fatto che il piatto rivela una tipologia di estrema raffinatezza, per disegno e per tecnica pittorica. Non che i motivi che ornano tutta la superficie, dalla larga tesa al cavetto, non siano noti alla letteratura ceramologia ed anzi non siano prerogativa di molti centri importanti, come Faenza, Urbino, o Deruta, ma qui sono resi in maniera particolare. Si tratta del decoro “bianco su bianco”, uno dei più diffusi per tutto il Cinquecento, anche in centri “minori”24, ma interpretato su una superficie diversa dal solito. Innanzitutto notiamo il colore della maiolica: il bianco è leggermente tendente ad un grigio-avorio-tinto di difficile definizione. Potrebbe essere dovuto all’inserimento, forse casuale, nella mistura di un leggero colorante. Tuttavia vi è un altro problema. La superficie al tatto non appare liscia, ma come premuta su uno stampo con leggerissimo rilievo, avvertibile appunto solo alla carezza leggera delle mani, come se l’autore avesse lavorato con la tecnica del bulino per una incisione su lastra. Per questo motivo qua e là fuoriesce dalla copertura stannifera di base un biscotto molto rosso. Questo tecnica comporta di conseguenza che traspaiano piccole punte rosate, emergenti a leggerissimo rilievo sì da offrire una finissima superficie per una delicata pittura.

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Fig.8 a- Piatto con “DIANA” dipinto a “bianco su bianco”. Acquapendente, Pittore di Diana, sec. XVI, metà. Collezione Italika.

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Fig. 8b- verso.

Il pennello ha evidenziato il decoro con un solo colore, il “bianchetto”, che su tale base crea uno straordinario effetto di grande suggestione e bellezza. La decorazione vuole probabilmente formare un grande fiore quadripetalo con gli archi a loro volta ripieni di tralci floreali, collegati da gruppi di finissime righine parallele, spartiti da una fascia verticale.

Il cavetto riporta il nome “DIANA” in registro attorniato da tralci floreali. Anche il verso presenta una pittura assai curata; è dunque chiaro che siamo davanti ad una ceramica di commissione, che rientra nella tipologia dei gamelii, come del resto dimostra anche il nome della fanciulla a cui è dedicato.

Rarissima, e finora poco nota, è la classe ceramica a cui appartiene il piatto, e già al tempo della stesura del catalogo della collezione ITALIKA (1998/9), pur dubitativamente, l’avevo assegnato al territorio fra Deruta ed Acquapendente. Alla luce di nuovi ritrovamenti nella città altolaziale di reperti “bianco su bianco”, (fig.9) per quanto non identici, sono propensa ad assegnare definitivamente ad Acquapendente questa ceramica.

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Fig.9- Piatto dipinto a “bianco su bianco” . Acquapendente, Pittore di Diana, sec. XVI, metà. Collezione privata.

Note

1 G.Gardelli, Ceramiche del Medioevo e del Rinascimento, Ferrara 1986, p.296 Tavola CXV.

2 Cfr. R. Luzi – M. Romagnoli, antiche maioliche di scavo dalla rocca Farnese in Valentano e altre sparse dal ducato di castro sec. XIII . XVII, Valentano 1981.

3 Ibidem , p. 13.

4 Cfr. R. Luzi – B. Mancini, L’attività ceramica ad Acquapendente e le disavventure di un povero vascellaro, “CeramicaAntica”  a. IV, n.8 (Settembre 1994),pp. 53 – 62.

5 Ricordo ancora lo “scandalo” procurato nel 1982 a certi studiosi dall’uscita  del mio libro “5 secoli di maiolica a Rimini”; si veda, S. Nepoti, Note sulla ceramica a Rimini nel Medioevo. A proposito di una recente pubblicazione”, “Faenza LXIX (1982), n.1-2, pp.5-18.

6 Così O. Mazzucato in Luzi-Romagnoli, antiche maioliche di scavo ..cit. p. 12) che nella introduzione (p. 6) annotava nei piatti e boccali una pittura “alla brava  con gustosissimi  motivi floreali e piccoli uccelli variopinti”.

7 Si  veda anche l’articolo di Luzi- Romagnoli, La produzione della ceramica ad ingobbio nella distrutta città di Castro. Un fenomeno d’arte popolare di intensa diffusione, in “Pennabilli nel Montefeltro. Annali di studi” n.3 (1986), pp.85-103. Si avverte il lettore che per errore l’indicazione dell’articolo non si trova nell’Indice.

8 Nel convegno tenutosi ad Acquapendente nel 1995, Laura Andreani ha trattato con ampia documentazione il problema delle leggi suntuarie locali, che evidenziano l’esistenza di una classe sociale sufficientemente elevata; cfr., L.Andreani, Le ceramiche medievali e rinascimentali di Acquapendente, “Atti del I Convegno di studi. Acquapendente 20 Maggio 1995”, pp. 47-53; sul convegno  anche  M. Burli, Acquapendente:un importante centro di produzione ceramica medioevale e moderna, “CeramicAntica” a.V) n.8 (Settembre 1995), pp.56 – 59.

9 Una veloce analisi in varie collezioni pubbliche ha permesso di individuare altri gamelii del medesimo pittore e saranno esaminati in prossimi studi. In questa occasione si sono cercati riferimenti solo in ambito italiano edito. Inoltre vari reperti dal territorio di Acquapendente presentano volti femminili. Ricordiamo i frammenti con “Lionida G” e “Vidonia” in Andreani, Le ceramiche…,cit., Tav.VI,fig.3.

10 Riteniamo che i capelli di Cremelia siano trattenuti da un grande cercine, un po’ diverso dal balzo, che trattiene invece la chioma di altre belle di Acquapendente.

11 Il gamelio di Cremelia ha queste misure: diam. cm. 35; h. cm.8; diam. piede cm. 12; spessore cm.1.

12 Si veda la bibliografia citata fino al 2000, in R. Luzi, Ceramiche e dolci. Tradizione e devozione, “CeramicaAntica” a.X, n.5 (Maggio 2000), nota 12.

13 Per una visione globale delle tre coppe, cfr., F. Guidi Bruscoli, Un gamelio dalla data inconsueta, “Faenza” LXVII (1981), Tavv. XIII, XIV. Le coppe sono attribuite dall’autore a Viterbo.

14 La coppa con “ANTINA” è edita anche nel catalogo della mostra “Ai confini della maiolica ed oltre”,Faenza 1988, p. 156; quella con “GINEVRA, in C. Ravanelli Guidotti, Donazione Paolo Mereghi. Ceramiche europee ed orientali, Faenza MICF 1987, n.16, entrambe con attribuzione a Viterbo.

15 Cfr. R. Luzi – B. Mancini, L’attività ceramica ad Acquapendente e le disavventure di un povero vascellaro, “Ceramica Antica”  a. IV, n.8 (Settembre 1994), Fig. 8.

16 Asta Finarte n. 710 “Ceramica”, lotto n. 146.

17 Cfr. G.C. Bojani et alii, La donazione Galezzo Cora, “Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza “ 1 Vol. Milano 1985, n. 248, con attribuzione a Viterbo, sec. XVI-XVII.

18 Cfr. Luzi-Mancini, L’attività…,cit. Fig. 7;.

19 Cfr. nota 9.

20 Luzi-Mancini, L’attività…,cit., Fig.6.

21 Cfr. Bojani et alii, La donazione…,cit. nn.246-250.

22 I piatti furono offerti nell’asta di Semenzato del 27 Maggio 1993, a  Firenze, Villa Picchi, con attribuzione a Montelupo; cfr. “Ceramicantica” n. 6 (Giugno 1993), p. 69, in alto.

23 Gardelli, ITALIKA. Maiolica italiana del Rinascimento. Saggi e Studi, Faenza 1999, n. 205. Non è certo che il piatto sia andato venduto nell’asta  curata da ARTCURIAL,  Parigi, Hotel Dassault, Collection ITALIKA Majoliques Italiennes de la Renaissance,  15 Marzo 2005, lotto 59. Misure: diam. cm. 21; h. cm. 3,5.

24 Cfr. Gardelli, 27 Aprile 1552 “Eccettuando gl’istoriati d’Urbino, et li bianchi di Faenza, et d’Urbino” Il “compendiario” nello Stato d’Urbino dal ‘500 al ‘600, in corso di stampa..

Saggio di Alberto Piccini dedicato a Reino Liefkes, dirigente del V.A.M. di Londra e a Timothy Wilson.

maiolica, forma aperta, Bernard Rackham, Victoria and Albert Museum

Il titolo è quello del capitolo “G” del catalogo della maiolica italiana del Victoria and Albert Museum di Londra (da pagina 169 a 177 dal n.519 al 537 compresi) scritto dal famoso studioso Bernard Rackham, pubblicato nel 1940 e ristampato con modifiche nel 1977, con una nota editoriale di J.V.G.Mallet. Si tratta di un gruppo di 18 maioliche (esclusa la n.534, perché non omogenea con le altre), databili ai primi due decenni del XVI sec. (una soltanto è datata 1520 – la n.537), tutte di forma aperta: piatti, tondini, taglieri, coppe con e senza piede ed attribuite, secondo il Rackham, alla mano del figulo che realizzò la scodella della Lehman Collection, attualmente al Metropolitan Museum of Art di New York, n.62 del catalogo di J.Rasmussen; dedicata da un membro della famiglia Manzoli di Bologna al pontefice Giulio II della Rovere, dipinta in policromia e a grottesche su fondo blu scuro con smalti straordinari, datata 12 settembre 1508 nel verso, sul cavetto centrale, insieme alla firma:

firma_piatto

“facta fu i Castel dura-te Zua maria vro” (fatta in Casteldurante da Giovanni Maria vasaro).

E’ sicuramente la maiolica Rinascimentale italiana più famosa e tra le più belle in assoluto. Quasi tutti gli studiosi del secolo breve si sono occupati di questa maiolica e del suo autore Giovanni Maria vasaro senza a mio avviso svelare a pieno il mistero che ancora si cela dietro questa firma. Ancora »

https://drive.google.com/file/d/1Y_ImiyVBdGF9_Tb2NypKU1LT5FY09xvM/view