Saggio di Alberto Piccini dedicato a Reino Liefkes, dirigente del V.A.M. di Londra e a Timothy Wilson.

maiolica, forma aperta, Bernard Rackham, Victoria and Albert Museum

Il titolo è quello del capitolo “G” del catalogo della maiolica italiana del Victoria and Albert Museum di Londra (da pagina 169 a 177 dal n.519 al 537 compresi) scritto dal famoso studioso Bernard Rackham, pubblicato nel 1940 e ristampato con modifiche nel 1977, con una nota editoriale di J.V.G.Mallet. Si tratta di un gruppo di 18 maioliche (esclusa la n.534, perché non omogenea con le altre), databili ai primi due decenni del XVI sec. (una soltanto è datata 1520 – la n.537), tutte di forma aperta: piatti, tondini, taglieri, coppe con e senza piede ed attribuite, secondo il Rackham, alla mano del figulo che realizzò la scodella della Lehman Collection, attualmente al Metropolitan Museum of Art di New York, n.62 del catalogo di J.Rasmussen; dedicata da un membro della famiglia Manzoli di Bologna al pontefice Giulio II della Rovere, dipinta in policromia e a grottesche su fondo blu scuro con smalti straordinari, datata 12 settembre 1508 nel verso, sul cavetto centrale, insieme alla firma:

firma_piatto

“facta fu i Castel dura-te Zua maria vro” (fatta in Casteldurante da Giovanni Maria vasaro).

E’ sicuramente la maiolica Rinascimentale italiana più famosa e tra le più belle in assoluto. Quasi tutti gli studiosi del secolo breve si sono occupati di questa maiolica e del suo autore Giovanni Maria vasaro senza a mio avviso svelare a pieno il mistero che ancora si cela dietro questa firma. Mentre per l’analisi storica e tecnica, trovo il testo della scheda del Rasmussen abbastanza esaustivo, non mi convincono le tante teorie, ipotesi, leggende, fiorite negli ultimi decenni intorno a questo personaggio straordinario. In proposito, mi piace citare alcune righe di G.Carlo Bojani, scritte nel 2002 in “Della Rovere – nell’Italia delle Corti – Arte della Maiolica” a pagina 9 proprio in occasione della presentazione degli studi di Serena Balzani e Marina Regni sul pittore Giovanni Maria Perusini : “[…] si veda il caso per tutti di Zoan Maria su cui si sono trovati recentemente dei documenti, qui pubblicati, ma sul quale si è per tanto tempo favoleggiato. Questo Zoan Maria, notissimo al mondo per la coppa datata il 1508 e conservata al Metropolitan Museum of Art di New York, è stato visto come la figura fantasmatica proveniente da chissà dove e andante chissà dove. In tanti se lo sono conteso… Tanti altri tentarono di annettersi questo artista e qualche tentazione persiste…Tanto per dire quante ipotesi fantasiose percorrono ancora la letteratura ceramica […]”. Per G.Carlo Bojani ed anche per le due studiose umbre quindi Giovanni Maria era con relativa certezza un vasaro di Casteldurante, mentre, per il sottoscritto, “i Castel dura-te” indica proprio che questo personaggio si trovava occasionalmente in quel luogo mentre abitualmente operava in un altro centro. Ci sono moltissimi altri casi simili, basta citare la famosa coppa Bergantini: “FATA IN FAENZA I LABOTEGA DE Mo PIERE BERGAZIO” segue la data 7/6/1529, dipinta da Francesco di Bernardino del Berna di Nanni a Faenza appunto, mentre operava abitualmente in quel periodo a Ravenna. Ancora, il disco porta versatore del VAM di Londra n.778 del cat.Rackham con Apollo e cupido, firmato sul verso “franc-co Urbini I deruta” opera di Francesco di Sante Carini detto il rosso, alias F.R. detto anche Urbini, perchè pur essendo nato ad Acquapendente negli ultimi anni del XV sec., dal 1519 in avanti, per circa venti anni è documentato a Casteldurante, Gubbio e Urbino e nel 1537 prima di ritornare a dirigere la bottega acquesiana del padre Sante, appena defunto, si trova occasionalmente “I deruta”. Voglio citare un altro caso poichè molto vicino alle tematiche che affronterò in primavera in una conferenza ad Acquapendente: si tratta di una placca votiva la n.27 del cat.Watson 1986 Corcoran Gallery of Art con sul verso la scritta “I DERUTA” seguita da una “G”; la lettera “G” sta per “Giunta”, una famiglia di vasai e figuli di origine montelupina che operano ad Acquapendente per quattro generazioni, dal 1430 al 1520 circa: ancora, quindi, un figulo sicuramente acquesiano, occasionalmente presente in altro centro di produzione. La placca è citata anche da Giuliana Gardelli nella scheda n.183 del catalogo della Coll.ITALICA. Nel 2004 in un saggio a doppia firma Andrea Ciaroni e Massimo Moretti titolato: “I Perusini di Pesaro” (inserito nel volume, edito dal Centro Di – Maiolica del Quattrocento a Pesaro – pagina 92) si avanza per la prima volta l’ipotesi che questa famiglia abbia esercitato per varie generazioni il mestiere di “boccalaro” nelle famose botteghe pesaresi di Matteo di Raniero da Cagli e Ventura Simone da Siena o comunque che molti degli antenati di Zuan Maria vasaro alias Giovanni Maria Perusini pittore, abbiano trafficato in maiolica nella seconda metà del XV sec. Ciaroni e Moretti cercano di provare, producendo una documentazione d’archivio vasta ma non completamente convincente, l’origine pesarese e i trascorsi nell’arte figulina della famiglia di Giovanni Maria Perusini pittore, documentato dalla Balzani e Regni dal 1493 al 1528 a Casteldurante, socio “in arte picture” con il pittore-scultore Ottaviano di Bernardino Dolci. Gli addetti ai lavori non hanno accolto con grande entusiasmo la tesi enunciata dai due studiosi marchigiani, vedremo cosa scriverà in proposito Timoty Wilson nel volume dedicato alle maioliche del Metropolitan Museum di New York, attualmente in fase di stampa. Il sottoscritto propende per un’ origine culturale e tecnica certamente pesarese e sforzesca della famosa coppa sposando in parte le idee di Ciaroni e Moretti, ma ritiene, in primis, che non sia ancora risolto il problema relativo al cognome di Zuanmaria vasaro: Perusini di Pesaro, Giovanmaria di Mariano Viviani di Urbino oppure il Giovan Maria boccalero presente nel 1535 negli elenchi degli artisti di Fano, od ancora mi piace citare dai documenti dell’Albarelli il n.2360 del 1609 “[…] eredi di Giovanni Maria vasaro […]”, e inoltre che sia molto più interessante e importante, per la storia della maiolica, individuare il figulo che la dipinse anziché il vasaro che ne effettuò la cottura. Sono convinto che sia un grande figulo itinerante della Superbottega, di origine pesarese, nato intorno alla metà del XV sec. e quindi professionalmente molto esperto, carico della cultura Rinascimentale della sua terra, e quindi mi rifiuto anche solo di ipotizzare che la maiolica italiana più bella e preziosa sia stata dipinta da uno sconosciuto vasaro capitato quasi per caso a Casteldurante come diceva il Prof.Bojani : “[…] proveniente da chissà dove e andante chissà dove […]”. Sono altresì certo che questa maiolica straordinaria si possa e si debba inquadrare in un imponente corpus di opere, con una durata temporale di minimo trent’ anni, realizzate da un grande artista passato attraverso esperienze e apporti culturali di altri centri di produzione del centro-Italia, come Ravenna e Acquapendente.

Alla fine di questo saggio, ritornerò a parlare del pittore della coppa di Giulio II, adesso devo occuparmi delle maioliche del Victoria and Albert Museum di Londra attribuite dal Rackham a Zuan Maria vasaro e lo farò utilizzando lo schema usato dal grande studioso, ricercatore e ceramologo pesarese, Paride Berardi a pagina 166 note n.4,5,6,7,8 del capitolo dodicesimo dedicato allo “Stile bello”, del suo splendido e sempre valido libro su “L’Antica Maiolica di Pesaro” – Sansoni Ed. 1984. Il Berardi, con cui ho avuto la fortuna di discutere ed argomentare sui tanti “buchi neri” della storia della maiolica italiana e quindi anche del mistero Zuan Maria, era molto prudente su questo’argomento, usava spesso il condizionale e si diceva certo solo delle “[…] indicazioni prevalentemente metaurensi […]” delle maioliche del VAM. Le divideva in quattro gruppi, ipotizzando quindi altrettanti diversi figuli: quello di “Giovanni Maria”, il gruppo “C”, quello “MA-IM” e infine il “Senigallia”; seguirò la stessa suddivisione, cambiando in parte l’ordine. Le maioliche del gruppo “Giovanni Maria” indicato dal Berardi sono in realtà, a mio avviso, attribuibili a GIOVANNI ANDREA di LORENZO, padre e figlio entrambi grandi figuli della Superbottega e membri della famiglia dei di PACE da S.Angelo in Lizzola (Pesaro). Sono sicuramente opera di Giovanni Andrea il VAM 536 marcato T/B sul verso, il VAM 537, datato 1520, entrambi eseguiti a Ravenna

Foto_2 nella bottega di Tommaso di Bartolo di Pace, vasaio e figulo importantissimo,

anch’esso di origini pesaresi e parente stretto del nostro (forse lo zio). Per quanto riguarda il VAM 535, si tratta sicuramente di un piatto fatto a Ravenna intorno al 1520, del quale non riesco, come del resto anche il Berardi, ad individuare il figulo pittore. Tommaso di Bartolo di Pace opera anche ad Acquapendente e in Toscana, quindi nel corpus delle sue opere bisognerà inserire quelle marcate “T” , “T/B” e “TBP”eseguite al di là degli Appennini. Il figlio di Tommaso prenderà il nome del nonno Bartolo ed è il figulo che ad Acquapendente sarà l’artefice della famosissima serie degli albarelli del “Bo”. Il nostro Giovanni Andrea è anche l’autore del VAM 529, 530 e 532 tutti eseguiti a Pesaro.

foto_3

(VAM 532)

Sono da attribuire di sicuro al nostro il vaso di Brauschweig n.16 del catalogo Lessmann-1979, insieme a quello gemello del Musèe des Beaux-Arts de Dijon n.2 del catalogo, del quale allego le foto. In entrambi i vasi il nostro figulo usa gli spolveri da stampe di Nicoletto da Modena, arricchendole naturalmente con colori a smalto meravigliosi e trasposti sul maiolicato con estrema precisione, tale da ripetere sul vaso di Digione, la “N” sigla dell’incisore.

Vaso_digione

(Vaso di Digione)

Il corpus delle opere di Giovanni Andrea di Pace è enorme, vorrei qui citare i bellissimi albarelli fatti ad Acquapendente e Siena alcuni siglati “I.A.L.”,

albarelli

il piatto del Bargello con Davide e Golia già attribuito erroneamente a Tommaso di Bartolo (“T/B”), la coppa del British Museum n.214 che porta sul verso al centro del cavetto la spirale della bottega ravennate dei Pirotti

british_214

(BRITISH 214)

ed anche il meraviglioso piattino, sempre al British Museum, n. 215 con un verso tipicamente ancora ravennate e con una decorazione a grottesche sul recto

(BRITISH 215)

che ricorda un altro capolavoro assoluto: la coppa con piede della Lehman Coll.n.65 del catalogo Rasmussen con Enea e Didone la Regina di Cartagine, fatta probabilmente a Pesaro o a Venezia nello stesso periodo.

Lehman_65

(Lehman n.65)

Il nostro figulo nasce a S.Angelo in Lizzola o a Pesaro ed è documentato per la prima volta a Rimini nel 1487 insieme al padre (doc. pag.168 – Oreste Delucca-1998, Patacconi Ed., dove viene definito “buccalario e barberio”), a Pesaro dal 1510 al 1521 nei documenti della raccolta Albarelli (nel doc. n.1324 del 28/2/1515 è indicato ancora come “barbitonsore”), ed infine viene citato dall’Argnani: ” […]risulta un Giovanni Andrea da Faenza che lavorava a Siena nel 1528 […] “; dai documenti Senesi risulta avere acquisito in Romagna il cognome Ferduzi, di essere padre di Marcantonio Ferduzi di Giovanni Andrea da Faenza, vasaio e figulo presente a Siena negli anni ’20 del XVI sec. maritato con Faustina figlia di Benedetto di Giorgio da Faenza. Non sono riuscito a rintracciare il nostro figulo nei documenti d’archivio di Ravenna, di Gubbio (vedi piatto datato 1525, n.108 ex Coll. Fanfani oggi al MIC Faenza, insieme agli albarelli dello stesso periodo – da notare anche la stessa grafia delle scritte),

albarelli_e_piatto

nè in quelli di Acquapendente, dove peraltro esite ancora qualche speranza, puntando sulla professionalità di Fabiano Buchicchio che proprio in questi mesi è impegnato in una seconda fase di ricerche negli Archivi Notarili di Viterbo e Siena.

Il gruppo “C” è riferibile a Caterina di Benedetto del Berna di Nanni, originaria di Montelupo, figlia di Benedetto da Siena e di donna Lisa di Iacopo da Capraia (prima moglie), nata nel 1477 ed attiva come grandissima pittrice su maiolica sino agli inizi degli anni ’30 del XVI sec., a Montelupo, Acquapendente (dal 1495 al 1505 circa) e poi a Ravenna nella bottega dei Giunta, in quella dei Pirotti e dei De Rubeis. Non sono riuscito ad individuare alcuna maiolica dipinta da Caterina nel centro di Montelupo; spero che ci riesca in futuro Fausto Berti.

Tra i pezzi del VAM qui esaminati sono di Caterina del Berna, il n.519 la grande scodella con al recto dipinto il trionfo della Giustizia, tratto da una famosa stampa fiorentina della seconda metà del XV sec. (“I trionfi dal Petrarca”, usa anche i famosi “Tarocchi”), opera mirabile eseguita a Ravenna verso il 1510 circa.

vam_519

(VAM 519, RECTO)

vam_519verso

(VAM 519, VERSO)

Caterina usa la stessa stampa riproducendo il personaggio a destra accanto alla ruota del carro (MAHIO) in un altro famoso piatto sempre al VAM di Londra, il n.112, con al recto un’altra allegoria d’amore (con la scritta “O QANTA CRUDELTA”), opera eseguita sicuramente ad Acquapendente alla fine del XV sec.

QANTACRUDELTA

E’ la prima volta nella storia della maiolica Rinascimentale Italiana che una stampa viene utilizzata da un pittore su maiolica in modo selettivo, prendendo un solo personaggio per usarlo in tutt’altro contesto.

Lehman_64

(LEHMAN N.64)

Sempre realizzato a spolvero da una stampa fiorentina della serie dei “Trionfi” del Petrarca, un trionfo d’amore questa volta, dipinto agli inizi del XVI sec., è il famoso tondo n.64 della Coll. Lehman del Metropolitan Museum of Art di New York da me citato più volte per le figure rappresentate in basso tutte di origine cinese; la maiolica è sicuramente da attribuire a Caterina del Berna e il luogo di produzione è Ravenna e non Casteldurante, non solo per i tre cerchi concentrici sul verso ma più che altro perchè gli influssi cinesi sono tipici del centro romagnolo.

Ci sono nel catalogo del VAM Londra molte altre maioliche dipinte da Caterina del Berna non siglate, alcune anche lustrate; il corpus completo delle sue opere uscirà in un prossimo futuro.

Il piatto VAM 524 (con una “C” nel verso sul cavetto centrale che da il nome al gruppo),

VAM_524

tratto da una stampa ispirata alla Divina Commedia e forse derivata da un disegno del Botticelli, insieme al VAM 525, 526 e 528 sono tutti di mano di Caterina del Berna ed eseguiti a Ravenna intorno al 1510.

Il VAM 525 porta sul recto in basso, al centro, una “P” che a mio avviso sta per Pirotti, come si evince chiaramente dalla spirale e gli altri decori sul verso;

VAM_525

il VAM 528 porta sul verso, al centro del cavetto, una “R” che è il marchio della bottega ravennate di Pietro De Rubeis.

VAM_528

Il Rachkam nel breve commento iniziale del capitolo “G” attribuisce a Zuan Maria una coppa a Vienna al Museum fur Angewandte Kunst pubblicata da T.Wilson in “La Ceramica Umbra al tempo del Perugino” – Silvana Ed. 2004 – pagina 46 – foto 12/13 in bianco e nero che di seguito qui riproduco (possiedo anche una bella foto a colori del recto che purtroppo non posso pubblicare senza l’autorizzazione del Museo);

G_zuan_maria

questa coppa, decorata con grottesche e un’altra allegoria d’amore in policromia su fondo blu scuro al recto, è una delle prime opere a grottesche di Caterina del Berna, eseguita ad Acquapendente intorno il 1505 che porta sul verso il petal-back sulla tesa e al centro del cavetto la sua sigla “C/B”; in questa occasione la “B” crociata è realizzata nella stessa grafia usata dal padre Benedetto da Siena e quindi non solo deve leggersi: Caterina di Benedetto, ma è un indizio, quasi una prova del rapporto molto stretto esistente tra i due figuli.

Gli altri piatti famosi siglati “C/B” ed attribuiti dal sottoscritto alla nostra pittrice su maiolica sono il disco porta versatore della Wallace Coll. di Londra – C24 del catalogo Norman – con lo stemma del vescovo di Cortona Cristoforo Bourbon di Petrella fatto a Ravenna agli inzi del XVI sec.

piatti_cb

(da vedere la tipica calza a filetti blu e indian red e all’interno della lettera “C” la stella a otto punte marchio dei Giunta) e il grande piatto da parata VAM 95 con la famosa scritta: “E NON SI PO MANGIARE SENZA FATICA”, databile agli ultimi anni del XV sec. e cotto ad Acquapendente.

piatto_cb_col

Il gruppo” MA.IM” dalla sigla che appare in grande evidenza, in alto sul recto del piatto VAM 523

VAM_523

che il sottoscritto legge nel seguente modo: – MA sta per Marini, stirpe di maiolicari di origine pesarese presenti anche ad Acquapendente con il vasaio Simone Marini, documentato più volte, anche come console dell’arte, per oltre un cinquantennio dalla fine del XV sec.; mentre la bottega di Pesaro, che si può definire: la casa madre, posta nella famosa Abbazia di Favale è guidata, tra la fine del XV e gli inizi del XVI sec., da Barnaba di Pietro di Nicolò Marini (imparentato con i di PACE); – IM è la sigla di Ieronimo Marini, figulo itinerante della famiglia, autore del piatto ed anche del VAM 522 (il verso del VAM 522 e 523 è identico a quello del VAM 521) entrambi eseguiti nel primo decennio del XVI sec. a Ravenna.

im

Ieronimo è un pittore su maiolica abbastanza importante, nonostante non sia stato mai citato dai nostri studiosi, opera a Pesaro naturalmente, a Gubbio, forse a Casteldurante e a Rimini, sicuramente a Ravenna ed infine per molti anni ad Acquapendente, con un breve passaggio da Orvieto nella bottega della Cava. Opere siglate allo stesso modo “IM”, si trovano in diverse collezioni private e in Musei pubblici; in particolare:

– collezione privata a Milano, piccola coppa petal-back con splendido ritratto femminile, eseguita ad Acquapendente;

petal_back

 – VAM di Londra n.147 – disco con IHS – eseguito a Gubbio nella bottega dei Traversi – datato 1491;

VAM_147

 – un piatto stemmato (Bufalini-S.Sepolcro) in collezione privata a Torino, fatto ad Acquapendente;

Bufalini

– Fitzwilliam Museum di Cambridge – coppa con S.Francesco in preghiera n.260 cat.Poole, di produzione acquesiana.

coppa_s_francesco

La sigla commerciale della bottega dei Marini di Acquapendente è una “M” paraffata o “M” con una piccola “A” ricavata tagliando la seconda gamba della “M” (vedi foto frammento -Collezione privata proveniente da Acquapendente).

MA_paraffata

Lo stesso marchio commerciale viene attribuito dalle due studiose faentine Fiocco-Gherardi ai Mancini di Deruta; la sigla “IMAR” dietro il piatto petal-back rimasto nella bottega della Cava ad Orvieto – A.Satolli – “La Ceramica Orvietana nel Quattrocento & nel Cinquecento” – pagina 71, foto n.58/59, avvalora e prova la mia tesi; sull’argomento ritornerò, con maggiori dettagli, nella seconda mia conferenza ad Acquapendente forse già a Settembre di questo anno.

Il gruppo “Senigallia” prende il nome dal grande piatto da parata (cm. 44 diametro), il VAM 520 con lo stemma del Signore di Senigallia, Francesco Maria della Rovere divenuto poi Duca di Urbino.

VAM_520

Il Rackham data il piatto 1500 circa, Paride Berardi 1500/1510, il sottoscritto prova a restringere la forchetta indicando 1501/1502 cioè dopo la morte del padre Giovanni e prima della perdita della signoria ad opera del Valentino o 1503/1504 dopo la disfatta dei Borgia e prima di essere adottato da Guidobaldo da Montefeltro. Il grande piatto è attribuibile, a mio avviso, al figulo itinerante (e senza bottega) LORENZO DI PACE da S.Angelo in Lizzola-Pesaro,padre del figulobarbiere Giovanni Andrea e di un altro importante figulo Antonio di Lorenzo. I due figli di Lorenzo, dopo la sua morte, nel 1510 dipingono le famose mattonelle a cellula autonoma del pavimento Lando a Venezia. Lorenzo di Pace nasce intorno al 1440 probabilmente a S.Angelo in Lizzola, opera a Pesaro, Rimini, Casteldurante e Urbino, Ravenna, Venezia e ad Acquapendente; muore forse a Pesaro nel 1508 secondo gli studiosi che hanno messo in ordine e pubblicato la raccolta dei documenti dell’Albarelli, mentre, per il sottoscritto, bisogna in questo caso allargare la forchetta: è vivo il 18 maggio 1506 poichè è presente ad un atto del notaio Matteo Lepri (doc.n.1146), e risulta morto il 4 marzo del 1510 quando il figlio Giovanni Andrea è detto quondam m. Laurentii figulo da S.Angelo (doc. n. 1247). Comunque Giuliana Gardelli è gia stata incaricata di verificare all’Archivio di Stato, spulciando direttamente gli atti dei notai di S.Angelo in Lizzola e di Pesaro. Lorenzo di Pace sigla spesso le sue maioliche con una “L” capitale (vedi piatto stemmato del Louvre-Parigi – cat.Giacomotti 410),

Lcapitale

ma quella più esplicita, quasi una firma, è quella del frammento, con lo stemma della famiglia ravennate degli Ingoli, del Museo Civico di Fano;

stemma_fam_ravennate

usa inoltre spesso, sui vasi da farmacia, il seguente marchio commerciale:

marchio_vasi_farmacia

messo qui a confronto con quello del figlio Giovanni Andrea.

giovanni_andrea

Sono opere certe del nostro Lorenzo, il VAM 521,

VAM_521

il 531 il 533; mentre il VAM 527, unica maiolica della serie dipinta in policromia su fondo verde, non è di mano del maestro, nè dei figli; per rimanere in ambito VAM sono certamente da attribuire al nostro i bellissimi vasi 206 e 207. Sottopongo all’attenzione di T.Wilson e R.Liefkes le seguenti serie di foto di detti vasi insieme a quelle di un orciolo di una spezieria fatta ad Acquapendente nel 1507 e le mattonelle di un pavimento anch’esso acquesiano, prodotto nella bottega di Simone Marini dai figli di Lorenzo Pace, in ricordo del matrimonio tra Antonio, il figlio naturale di Federico da Montefeltro, ed Emilia Pio di Carpi, la donna più straordinaria del Rinascimento Italiano.

1507_01

1507_02

Il corpus delle opere di Lorenzo di Pace è enorme e straordinario, anche se è in fase di revisione poichè mi sono accorto solo recentemente di un altro errore sul volume dell’Albarelli: i documenti del nostro sono confusi, mischiati con quelli di un altro figulo sempre di S.Angelo in Lizzola, Lorenzo di Iacopo Allegruzzi o Allegrucci; anche in questo caso sarà Giuliana Gardelli ad indagare.

Nonostante tutto, di certo, il nostro è il pittore dei famosissimi piatti del Servizio Corvino, fatti a Ravenna nella bottega dei GIUNTA intorno al 1480 (vedi la nota del VAM 520 Fortnum II, pag.443),

VAM_150

(VAM 150, RECTO E VERSO)

delle stupende mattonelle del pavimento di Parma eseguito per Maria de Benedetti Badessa di S.Paolo, l’altro mattonato pubblicato dal sottoscritto nel Gennaio 2008

mattonelle_parma

e “dulcis in fundo” la coppa per il pontefice Giulio II della Rovere della Coll.Lehman a New York da cui siamo partiti all’inizio di questo saggio. Per seguirmi nel mio difficile percorso attributivo consiglio agli studiosi di mettere in fila su un tavolo lefoto recto e verso e le schede (dove è possibile) delle seguenti maioliche dipinte da Lorenzo di Pace intorno al 1500/1510:

– la coppa Lehman naturalmente, fotografata bene anche nelle parti verticali della tesa verso l’orlo, in basso, dove si devono vedere con precisione i due delfini identici a quelli dei due pezzi che seguono:

tondino

 – il tondino (cm.25 diametro) pubblicato da Altomani-Pesaro nel cat. Tefaf Maastricht 2002 n.19 – ex Coll.Primgsheim-Monaco II, n. 158 Tav. 84 ed attribuito nella scheda a Zoan Maria vasaro. Nello stesso catalogo viene pubblicato un piattello con Leda e il cigno n.18, sempre attribuito a Zoan Maria, ma di certo opera di Giovanni Andrea di Lorenzo.

tondino_2

– Tondino (cm.24 diametro) gemello del precedente e pubblicato nella stessa tavola 84 n.157 della Coll. Pringsheim ed attribuito e datato da Otto von Falke a Faenza o Cafaggiolo – 1520 circa. Stesse grottesche e bianco su bianco a losanghe del n.158 con putto nudo guerriero nel cavetto. Ex Coll.Castellani e Gavet. I due tondini ex Primgsheim sono capolavori assoluti, anche se le riproduzioni di tav.84 non gli rendono giustizia e sono molto vicini alla coppa di Giulio II e quindi di mano di Lorenzo di Pace, intorno al 1510 a Ravenna.

tondino_3

– altro tondo (cm. 27 di diametro) pubblicato sul cat. Christies Londra del 2/7/1979, asta beni J.Homberg, ex Coll. R. Zschille, ex Coll. Barone James de Rothschild, con tesa a grottesche su fondo blu scuro sulla tesa e sul cavetto due puttini con cupido su un carretto – attribuito a Zuan Maria, databile al 1510 -;

altro_tondo

per quanto attiene al verso ci dobbiamo contentare della seguente descrizione presa dalla scheda: […] a foliate star and radiating compartments to the bord each with a chequered losange […] chiaro indizio che porta alla bottega ravennate dei Giunta.

– piattello (cm.23 diametro) della Hockemeyer Coll. n.9 scheda di J.V.G. Mallet – Bremen 1998 – Tritone con due putti in un paesaggio (da una stampa di Nicoletto da Modena), databile 1510 circa. Per molti studiosi, vedi anche J.Rasmussen, è l’opera di Zuan Maria più vicina alla coppa di Giulio II. Il tipo di decoro alla porcellana comune sul verso mi porta ad attribuire questa maiolica ad una bottega di Ravenna anzichè a Casteldurante come indicato dai due illustri studiosi.tondo_4tondo_5

– piatto (cm. 26 diametro) – VAM 533 decorato a grottesche policrome su fondo blu sulla tesa e cupido sul cavetto – attribuito dal Rachkalm a Zuan Maria in Casteldurante e datato 1515 circa. Il decoro sul verso identico a quello del VAM 521, indica come luogo di produzione ancora Ravenna.tondo_6

– piattello (cm.23,8 diametro) Wallace Coll, Londra – C13 cat.Norman – con le solite grottesche sulla tesa e due putti sul cavetto, attribuito a Zuan Maria in Casteldurante e databile al 1515 circa. Il verso è come quello del VAM 521 e quindi per il sottoscritto ancora Ravenna.piattello

– coppa (cm-22,5 diametro) Wallace Coll. Londra – C 14 cat. Norman – Tesa a fogliame classico su fondo ocra e nel cavetto due putti a cavallo – attribuito dal Norman a Giovanni Maria – sul verso solita calza a tre cerchi concentrici blu come il VAM 521 – Ravenna, circa 1505.

coppa

– piccolo tondino (cm 22,4 diametro) Collezione privata, solite grottesche e stemma nobiliare non identificato nel cavetto n.1 cat. Fiocco e Gherardi – La Maiolica Rinascimentale di Casteldurante, Il Lavoro Ed. 1997, attribuito a Casteldurante 1510/1515 circa, non attribuibile a Zuan Maria (ambito?) secondo le due studiose.

piccolo_tondino

Vorrei far notare a chi mi legge i due draghi affrontati sulla tesa molto simili a quelli del grande piatto “Senigallia” VAM 520 sicuramente opera di Lorenzo di Pace. Il decoro sul verso è la solita calza blu con tre cerchi concentrici, quindi Ravenna. Ricordo di avere visto il tondino in mostra ad Urbania e di avere avuto l’impressione di una maiolica troppo cotta.

piccolo_tagliere

– piccolo tagliere stemmato (cm.23 diametro), Museo del Louvre, Parigi – n.410 cat.Giacomotti attribuito Siena o Faenza, 1480/1490. Da notare sulla tesa vasi e fioroni a rosetta su fondo ocra (sempre presenti nelle opere di Lorenzo di Pace agli inizi degli anni ’80 del XV sec.) il verso con decoro petal-back sulla tesa, prettamente acquesiano, e la sigla “L” paraffata al centro.

Giunto alla fine di questo mio saggio lungo e complicato, vorrei fare qualche riflessione insieme a coloro che hanno avuto la pazienza di leggermi sino in fondo: – mi sembra che questo mio viaggio alla ricerca del figulo autore della coppa di Giulio II, sia diventata la glorificazione della “SUPERBOTTEGA”, una cornice dentro la quale ho costruito la mia versione della storia della maiolica Italiana del Rinascimento.

– il centro di produzione di Ravenna, dopo un secolo nel quale gli storici faentini (Argnani, Ballardini, Liverani, etc) si sono unicamente impegnati nel costruire il falso mito di una storia della maiolica faenzocentrica, grazie ai miei studi e quelli di Paola Novara, comincia ad essere inquadrata nella giusta luce e ad assumere un ruolo molto importante specialmente nel periodo 1450/1550. Per finire con Ravenna, vorrei sottoporre di nuovo alla vostra attenzione la foto del piatto VAM 521 ed in particolare sul tipo di calza con tre cerchi concentrici in blu che ne decora il verso e della quale ho forse abusato nelle attribuzioni di questo saggio e quindi mi sento in dovere di spiegarvi come sono giunto a queste conclusioni.

Senza-titolo-1

Cercherò di procedere con estrema sintesi: i figuli e i vasai pesaresi nell’ultimo quarto del XV sec. emigrano quasi tutti al Nord, prima a Rimini, a Venezia, poi a Ravenna e da qui ad Acquapendente ed infine in Toscana. A Ravenna i grandi figuli di Pesaro operano nelle botteghe locali dei Pirotti, dei Giunta, dei De Rubeis ed anche in quelle dei vasai marchigiani Marini e Britto, importando quindi nel centro romagnolo il tipo di calza in uso a Pesaro. Questo spiega la presenza di maioliche con verso decorato a “tre cerchi concentrici in blu” anche a Faenza come per esempio sul piatto frammentato con “LANTONIA”, databile 1495/1505, n.54 pagina 250 del catalogo Carmen Ravanelli Guidotti – Delle gentili donne di Faenza – Belriguardo Editore – 2000;

verso_decorato_3_cerchi

per non parlare del piatto simbolo della maiolica faentina del periodo, il famoso quanto mediocre “IULIA BELA” con una calza simile al verso e la perla dell’imperatore di Cina sul cavetto.

iulia_bella

Il disco porta versatore della Wallace Coll. di Londra n.26 del cat. Norman, vedi foto recto e verso purtroppo in B/N, dal sottoscritto attribuito a Lorenzo di Pace, fatto a Ravenna intorno al 1500/1510 porta sul verso la calza “[…] with many narrow, blue concentric circles and […] indian red […]” tipica ravennate ed inoltre sul cavetto una sigla la “L” intrecciata con la “IM”; il Norman scrive: “[…] the letter L with a zigzag drawn over the upright […]”, la “L” sta per Lorenzo di Pace e lo “zigzag” è la sigla del Marini ripetuta, esattamente così, molte volte sul verso delle maioliche prodotte ad Acquapendente; questa citazione mi serve solo per provare che nel periodo 1500/1510 Lorenzo operava a Ravenna nella bottega dei Marini.

VAM_318

Ancora il famoso piatto VAM 318 attribuito a Cafaggiolo, con la celebre processione papale di LEONE X Medici, porta sul verso la stessa famigerata calza del VAM 521 (con un cerchio in più, date le diverse dimensioni – cm.49 di diametro) e quindi a mio avviso assegnabile alla bottega dei Giunta a Ravenna; il piatto è siglato “P” cioè Pietro di Antonio di Paolo d’Antonio Giunta. Può sembrare complicato, ma non è così, infatti ci sono altri piatti e vasi marcati “SPR” fatti non a Cafaggiolo bensì a Ravenna ed Acquapendente.

Lasciatemi aggiungere l’ultima citazione in proposito, vi prego di osservare attentamente le ultime tre foto di questo saggio, la prima è un bellissimo albarello della Coll.Mereghi al MIC di Faenza n.23 del cat. Ravanelli Guidotti, datato 1507,

Albarello_grande

già da me attribuito ad Acquapendente e a Caterina del Berna, nella conferenza del 23 Luglio 2011 (vedi video su YouTube), le altre due a destra sono il recto e verso di un disco porta versatore – ex Coll. Sackler n.10 cat. Christies New York del 13/1/1993, anch’esso certamente della stessa mano, basta osservare la robbiana del vaso identica a quella della tesa del disco (vedi pergamena qui sotto)

pergamena

e i fioroni a rosetta in aranciato-rossastro, lo stemma è quello dei Bembo di Venezia, il verso è smaltato ed è siglato “B” per del Berna, la calza è identica a quella del piatto con la processione papale e simile al Sinigallia; inoltre altre caratteristiche tecniche relative al rivestimento, alla presenza o meno della vetrina e del suo spessore, alle diverse tonalità dei colori, specialmente il blucobalto con riflessi violacei, indicano ancora il centro di produzione di Ravenna.

stemma_bembo

Questo tipo di calza non esiste a Casteldurante, non è replicata ad Acquapendente e a Venezia; solo a Pesaro e a Urbino (Le Ceramiche del Duca-Lopez, Ermetisaggio da “Fatti di Ceramica nelle Marche” F.Motta Ed. 1997) sono stati ritrovati frammenti simili, ma non identici (vedi anche Ciaroni a pag.186/187 e altri – vedi “The Dowry of Beatrice”- Budapest 2008). Alcuni esempi di calza blu sono presenti a Pesaro già dalla metà del XV sec. (come ad esempio alcuni pezzi della ex Coll.Berardi, ora Bettini) e pertanto si può forse ipotizzare che sia qui l’origine del decoro. Per i frammenti pesaresi del periodo 1500/1520 non esiste la certezza che siano di produzione locale, per esempio i frammenti a lustro pubblicati da Ciaroni a pag.176/177 sono probabilmente di importazione a detta dello stesso Paolo Piovaticci, scomparso recentemente e che ricordo con affetto; molte schedeì dei frammenti pubblicati a Budapest nel 2008, portano delle attribuzioni incerte: Pesaro?, Faenza?, Pesaro o Faenza? Dove Faenza sta sempre certamente per Ravenna.

Mi fermo qui. Mi auguro che questo mio saggio contribuisca al dialogo e al confronto tra i gli studiosi, gli appassionati, i collezionisti che si occupano di questa arte meravigliosa, provocando interventi ed apporti, anche fortemente polemici, magari cattivi, purché incisivi, documentati, costruttivi e non pretestuosi. Tutti coloro che vorranno intervenire potranno farlo con facilità, usando il blog:

http://www.maiolica.info/ , dove questo mio saggio verrà pubblicato nei prossimi giorni.

ALBERTO PICCINI

Milano – Febbraio 2015

6 commenti

  1. Caro Alberto,

    avevo proprio nostalgia di rileggerti e poi, ora, con così approfondita e documentata analisi. Una visione davvero sbalorditiva dei documenti che hai rintracciato e presentato con giusto distacco (privo di accenti polemici) che ti pongono in assoluto livello di eccellenza scientifica. Grazie per avere ricordato Paride, uno dei miei migliori amici.

    La mia scarsa competenza non mi permettere di avanzare commenti, se non superficiali.

    Ti posso allegare solo un piattino della mia collezione che pesarese al 100% e di epoca 1470-1480 ha una calza che potrebbe interessarti (forse vicina anche a quella faentina).

    piattino in maiolica

    Ciao, complimenti

    Umberto

  2. Alberto Piccini

    Caro Umberto,
    ti ringrazio due volte per questa tua mail : per i complimenti, forse anche troppo generosi per il mio ultimo saggio e per l’opportunità che mi dai di presentare il tuo bel piattello. Ti confermo che la tua attribuzione è esatta : Pesaro -1470/80 ed aggiungo: ambito dei de Pace. Non è facile distinguere le maioliche di questo periodo, tra Pesaro ed Acquapendente; queste ultime si differenziano a volte per la presenza del manganese accanto al blu-cobalto prevalente; in questo caso l’elemento caratterizzante è sicuramente la calza a cerchi concentrici blu, sul verso. Da notare, grazie al tuo prezioso piattino, un’altra caratteristica della calza, il numero dei cerchi non dipende solo dalle dimensioni, ma come in questo caso, anche dalla forma : piatto con cavetto piccolo e molto profondo.
    Complimenti!!!
    Alberto Piccini

  3. Claudio Ronca

    Caro Alberto,
    ti faccio i miei complimenti per l’ultimo tuo saggio che è veramente “gagliardo”, e in proposito vorrei chiederti: quando scrivi che il grande figulo Lorenzo di Pace ha operato anche a Venezia, quali indizi o prove hai? Puoi indicarmi qualche maiolica sicuramente dipinta dal nostro figulo in laguna?
    Ti ringrazio in anticipo
    Claudio Ronca
    Acquapendente (VT)

  4. Alberto Piccini

    Caro Claudio,
    ti ringrazio per il “gaiardo”, come dite ad Acquapendente, riferito al mio saggio in oggetto e cercherò di dare subito una risposta alla tue curiosità su Lorenzo di Pace a Venezia.
    In quel periodo i grandi figuli di Pesaro e Casteldurante emigravano quasi tutti al Nord ed in particolare a Venezia, dove in genere facevano fortuna, come risulta chiaramente da alcuni documenti pubblicati da Don Corrado Leonardi. Il maiolicaro pesarese più famoso tra quelli emigrati da Pesaro a Venezia è sicuramente il maestro Jacomo che diede vita, agli inizi del XVI sec., alla bottega più importante della città lagunare.
    Lorenzo di Pace è sicuramente il figulo che ha dipinto, verso la fine del XV sec., i tre famosi piatti pubblicati da T. Wilson nel 2005 (Faenza – anno XCI pag.9/24) nel suo saggio “Some incunabola of istoriato-painting from Pesaro” e qui di seguito descritti:
    – piatto (deep-dish), di collezione privata (in prestito nel 2005 presso Ashmolean Museum di Oxford), cm.29 di diametro, tesa verticale con le classiche grottesche su fondo arancio di Lorenzo de Pace in quel periodo; sul largo cavetto una scena istoriata tratta dal libro a stampa “Ovidio- Metamorfosi Vulgare-Venezia 1497” con la partenza del Re Ceice. (vedi serie di foto n.1 tratte dal saggio di T.Wilson sulla rivista Faenza – allegate a questa mail);
    – piatto con la stessa forma e lo stesso diametro, nelle collezioni del Musèe National de la Cèramique de Sèvres, datato 1498 (forse 1497), molto restaurato, con la tesa a grottesche questa volta su fondo blu scuro; sul cavetto una scena istoriata con “Enea a Delo” sempre dipinta dal nostro figulo e tratta dallo stesso libro a stampa. (vedi serie di foto n.2 – idem come foto n.1);
    – piatto della stessa forma dei precedenti, di diametro leggermente diverso cm. 30.8, in collezione privata in Germania (nel 2005 anch’esso in prestito all’ Ashmolean Museum di Oxford), databile per il sottoscritto ai primissimi anni del XVI sec., con la tesa a grottesche su fondo arancio e sul cavetto un’altra scena tratta dai legni di Nicoletto da Modena, questa volta: Apollo e Cyparisso (vedi serie di foto n.3, tratte sempre dal saggio di Wilson e allegate alla presente mail).
    Tutti e tre i sopra indicati piatti sono certamente di mano del grande figulo pesarese Lorenzo di Pace; i primi due cotti e dipinti a Venezia, forse nella bottega dei Luigi (casa madre a Ravenna), il terzo sicuramente a Ravenna nella bottega dei Giunta (casa madre ad Acquapendente).
    Perché Venezia? Per due motivi: osserva attentamente il verso e noterai che il decoro alla porcellana è esattamente uguale a quello dei grandi piatti di porcellana Cinese del XIV sec. (tardo Yuan e primo Ming) presenti e conosciuti all’epoca solo a Venezia. Ti prego di osservare l’importanza dei versi delle maioliche nei miei studi e di contro il totale disinteresse degli altri studiosi su quello che chiamo il “lato B”; infatti nella maggior parte delle pubblicazioni il verso non viene riprodotto, né descritto.
    Al Kunstgeverbmuseum di Berlino esiste un bellissimo piatto, – cat Hausmann n. 120 – cm.33.4 di diametro, tratto da una stampa del Durer (amorini tra rovine) copiata (reincisa), nella bottega di Nicoletto a Venezia, con la tesa a grottesche su fondo blu scuro e con al verso un decoro alla porcellana molto simile ai primi due piatti ma databile al 1510/15; attribuito da T.Hausmann a Faenza e dal sottoscritto a Ravenna. Per quanto attiene al figulo che lo dipinse rimango incerto tra Pietro De Rubeis e lo stesso Lorenzo. (vedi foto n.4 in allegato).
    Il secondo motivo è di carattere storico: solo a Venezia nel 1498 poteva essere già disponibile, in una bottega di maiolicari, un libro a stampa come le “Metamorfosi di Ovidio”, molto raro e prezioso, editato proprio lì da pochi mesi.
    Il terzo piatto, quello con “Apollo e Cyparisso”, è sicuramente ravennate, poiché porta sul verso il petal-back in monocromo blu tipico della bottega dei Giunta a Ravenna (dalle foto disponibili non riesco a capire se la parte centrale del verso sia ingobbiata o trattata con smalto magro). Timothy Wilson nella nota n.28 a pag.15 del suo saggio cita come esempio di petal-back pesarese simile, quello del frammento dei Musei Civici di Pesaro, con lo stemma Orsini sul recto, pubblicato sul catalogo della Mostra “The Dowry of Beatrice” – Budapest 2008, a pag 166 n.3.28, dove Giacomo Cesaretti lo attribuisce genericamente …all’Umbria. Inoltre devo segnalare a T.Wilson che attualmente questo frammento ha sul verso un petal-back monocromo blu, ma che in origine era sicuramente policromo, poiché i petali di loto tratteggiati in blu e arancio sono quasi sempre dipinti sulla parte esterna della tesa, cioè in questo caso, sulla parte perduta e quindi mancante. Nella foto n.4 allegata a questa mail, potrai vedere questo frammento (recto e verso), e tu che te ne intendi quasi quanto me, potrai confermare la mia attribuzione: non esiste frammento di petal-back più aquesiano di questo!!!
    Nel suo saggio del 2005, citato sopra, Timothy Wilson attribuisce i tre famosi piatti a Pesaro; peccato decisamente veniale, poiché comunque sono stati dipinti da un grande figulo di origine e cultura pesarese.

    Ti saluto e ti ringrazio,
    Alberto Piccini

    FOTO 1

    FOTO 2

    FOTO 3

    Foto 4

    Foto 5

  5. CIACCIGIUSEPPE

    Alberto ti faccio i complimenti per l’approfondito studio con cui hai introdotto le tematiche attributive legate alle maioliche del Victoria and Albert Museum, assegnate alla mano del figulo che realizzò la scodella dedicata al pontefice Giulio II Della Rovere.
    Ipotizzando che fosse un figulo itinerante della “Superbottega”, anche a beneficio di chi legge, non troppo esperto della materia; ti vorrei fare le seguenti domande:
    1) è esistita un’unica Superbottega? 2) quali erano le città in cui era dislocata? 3) esisteva una sede principale e le altre erano considerate secondarie? 4) il fenomeno artistico-imprenditoriale ad essa legato nasce e finisce a cavallo del XVI secolo o ci sono tracce precedenti e successive a questo periodo?.
    So che tratterai diffusamente l’argomento in una conferenza il 30 maggio ad Acquapendente per cui mi è sufficiente una tua breve descrizione di questi argomenti.
    Ti saluto e ringrazio anticipatamente
    Ciacci Giuseppe, Archeoclub di Acquapendente
    Acquapendente 4/4/2015

  6. Alberto Piccini

    Caro Ciacci,
    rispondo brevemente alle tue domande sulla “Superbottega”:
    -premetto che si tratta di un evento storico unico e per sua natura irripetibile.
    Per semplificare, ho deciso fin dall’inizio di dividere i vasai e i figuli coinvolti in questa vicenda, in tre gruppi di famiglie, quello toscano con i del Berna di Nanni, i Giunta di Corso, i Vestro di Sandro, tutti di origine montelupina, quello romagnolo con i de Rubeis originari del castello di Russi (tra Ravenna e Faenza), ed infine i marchigiani con i de Pace, i Marini, i Vivanucci ed altri, originari di Pesaro.
    I vasai della Superbottega sono dei veri e propri imprenditori ed hanno le loro botteghe in molti centri dell’Italia Centrale, mentre i figuli, tra i più importanti in assoluto nel periodo, sono in genere itineranti e quindi presenti in quasi tutti i centri di produzione di ceramica artistica, per diverse generazioni. Per esempio il grandissimo figulo Francesco di Bernardino del Berna di Nanni alias il maestro della coppa Bergantini (1505/1575 circa), nella sua lunghissima carriera, ha dipinto una quantità enorme di straordinarie maioliche in tutti i centri di produzione d’Italia : da quelli maggiori Toscani, Umbri, Romagnoli e Marchigiani, a Roma, a Venezia, a Torino (al servizio del Duca di Savoia), ad Acquapendente naturalmente e perfino a Monte Bagnolo (Perugia): dico e scrivo spesso: … si fa prima ad indicare i pochi luoghi dove non ha dipinto maioliche…
    Acquapendente, la vostra bella cittadina, è il quarto centro nella geografia della Superbottega, in quanto qui, per circa un secolo dal 1450 a 1550 circa, operarono i vasai e i figuli più importanti dell’epoca, insieme ad un gruppo di ceramisti locali (provenienti anche da altre località della Tuscia) per produrre le maioliche più belle e preziose del Rinascimento.
    Circa i tempi di durata del fenomeno, voglio ricordarti che i toscani Giunti-Paolotti, così chiamati dal Prof.Berti, nobili del contado fiorentino, sono documentati come vasai e figuli per 7 (forse 8) generazioni, dalla seconda metà del XIV alla fine del XVI sec. per circa 250 anni!!!
    Per saperne di più. l’appuntamento è già fissato per il 30 maggio prossimo.

    Fotografie: Recto e verso di frammento di coppetta petal-back siglato FB per Francesco di Bernardino del Berna di Nanni, ritrovato ad Acquapendente. (1520 circa)