Caro Alberto,

ho provato, ed in parte ci sono riuscito, a leggere i tuoi scritti e i commenti disposti dagli studiosi attorno alle tue ricerche. Tu sai quanto io sia appassionato di ceramica e anche oggi cerco di fare bene il Conservatore di quel gioiello di raccolta, messa insieme da Don Corrado Leonardi al quale, dopo la nuova ristrutturazione e sistemazione, è stato intitolato l’intero Museo Diocesano di Urbania che da ora in poi si chiamerà: MUSEO LEONARDI.

Ho seguito il tuo spirito guerriero, sono certo e contento che porterai avanti la tua guerra santa, senza mollare. Don Leonardi ti comprendeva e ti stimava perché vedeva in te lo studioso appassionato e intelligente che sei tuttora. Come sai benissimo la cultura è in fase discendente, i concetti vichiani ce li hanno insegnati nei nostri studi giovanili e ci accompagnano ancora. Non posso intervenire nel merito perché non sono un ceramologo, ma solo come amico nel senso più positivo del termine.

Apprezzo  infinitamente la passione con cui porti avanti i tuoi studi innovativi sulla storia della Maiolica Italiana, su questa arte meravigliosa e negletta.

Grazie per le informazioni che continui a darmi. Sono rimasto quasi solo a combattere per CASTELDURANTE. Mi segue Massimo Moretti, che tu conosci. Buon lavoro e continua “a manetta” come dicono a Milano.

Tuo,

Raimondo Rossi

Conservatore del MUSEO LEONARDI di Urbania

P.S.
Ti allego una foto di un gruppo ritrovato nelle campagne di Urbania.

Urbania, 17 gennaio 2017

IMG_20161212_121400

Qui di seguito la mia risposta:

Caro Raimondo,

ti ringrazio per le tue parole e per il forte incoraggiamento ed appoggio a continuare le mie “guerre sante”.

Mi piacerebbe sapere di più sul ritrovamento del bel gruppo riemerso nelle campagne di Urbania: le dimensioni, ad esempio, ed altre foto che pubblicherei volentieri sul blog.

Grazie Rai,

Alberto Piccini

Milano, 23 gennaio 2017

pic20161124_10483218

https://drive.google.com/file/d/0B-p5VNXO21sWVHR3U0lIX2otRE0/view

pic20170113_15594105

Caro Giardini,

ti ringrazio per l’intervento pubblicato il 9 gennaio sul blog “La Maiolica di Acquapendente” e sul mio personale “Blog di Alberto Piccini”.

Finalmente una voce fuori dal coro! Un atto di denuncia contro l’attuale stato di forte contrapposizione, di guerra non dichiarata, sotterranea ma comunque dura che sta dilaniando il piccolo mondo degli studiosi della Maiolica Rinascimentale Italiana: gli Accademici blablaisti più la quasi totalità dei lokal patriot da una parte, il sottoscritto in solitario dall’altra ed in mezzo coloro che non si schierano, non si pronunciano, per paura di rappresaglie; paure comprensibili, poiché il sottoscritto è disarmato, combatte solo con la sua penna, con “la sua ficcante prosa”, come dici tu, mentre loro usano tutto l’armamentario e gli strumenti del potere. In poco  meno di venti anni di guerra non ho mai ricevuto contestazioni di carattere storico-tecnico-scientifico dai miei oppositori: loro uccidono con il silenzio!!!

Grazie Giardini per avere, con il tuo contributo, aperto un varco, reso chiaro un atteggiamento corporativo, quasi mafioso, da “casta privilegiata” come dici tu. Cosa succederà ora? Probabilmente niente, gli Accademici supportati sempre dai soliti lokal patriot continueranno a snobbarci, negheranno ancora l’esistenza della Casta ma non potranno questa volta certamente affermare che la crisi non c’è, come fecero cinque anni fa quando per primo denunciai in due miei interventi, quasi profetici, la gravità della situazione.

Per fortuna col tempo qualcosa sta cambiando: per esempio la rivista “Faenza”, ormai organo ufficiale degli Accademici, ha ridotto negli anni i suoi abbonamenti a meno di cinquanta. I lettori effettivi sono forse diminuiti di più, mentre di contro, i lettori dei due blog di cui sono responsabile sono in continuo aumento (1300 visite nell’ultimo mese, oltre 15000 annui, con proiezioni in aumento nei prossimi sei mesi). La crisi della rivista Faenza dipende da molti fattori, viene da lontano, dal degrado tecnico-scientifico dei contenuti, dai problemi creati dalle guerre tra Direzione del Museo e Conservatrice (la guerra dei venti anni tra Bojani e Ravanelli Guidotti) e anche dai grossi problemi dello stesso Museo. La famosa macina, immagine metaforica del degrado di questo Museo il  più importante della ceramica in Italia, ha travolto tutto, da Faenza è arrivato alla riviera Adriatica e da lì riprenderà a sprofondare in mare sino a quando non avverrà un profondo, vero, democratico avvicendamento politico perché ormai non è più la crisi di un ceto dirigente locale ma riguarda tutte le regioni del centro Italia e dell’intero paese. Voglio citare un solo esempio che riguarda coloro che amano la Maiolica Rinascimentale in questo paese, il caso dei frammenti che Galeazzo Cora donò al MIC Faenza più di trent’anni fa. Dieci anni or sono, quando decisi di portare all’attenzione della pubblica opinione questo problema, con una campagna nazionale  di stampa incisiva e martellante, con la quale riuscii a convincere e a far muovere il Ministero dei Beni Culturali, pensai di aver vinto la mia battaglia. Infatti ricevetti dall’allora Presidente del Museo Rivola, l’assicurazione scritta che i frammenti del Cora sarebbero stati messi a disposizione della Direzione del Museo di Montelupo per essere classificati, studiati e pubblicati, quindi salvati dal degrado e finalmente messi a disposizione degli studiosi di tutto il mondo. Apprendo adesso dal Professore Fausto Berti che il Museo di Montelupo ha restituito al mittente le poche scatole da camicia (circa un decimo delle seicento che compongono la preziosa collezione), vista l’impossibilità di procedere oltre, data l’azione continua e insistente di interdizione del Museo faentino  tesa ad ostacolare,  o meglio ad impedire, il lavoro di schedatura e di studio. Dieci anni di “melina” in attesa che la polemica si placasse e che questa bruttissima vicenda fosse burocraticamente archiviata. Volevano sin dall’inizio incamerare la straordinaria collezione di maioliche, più di mille pezzi – quasi un museo nel museo – e seppellire poi Galeazzo Cora e i suoi frammenti nell’oblio più assoluto. Purtroppo lo possono fare, non ci sono eredi che contestino; controllano politicamente tutto, anche il Ministero dei Beni Culturali adesso, ma il danno per il patrimonio culturale del Paese sarà enorme perché in futuro  quale collezionista penserà mai di donare le proprie maioliche, o altri oggetti d’arte, ad un  museo italiano?

Prometto ai miei lettori che continuerò a combattere questa battaglia, un po’ donchisciottesca, per salvare i frammenti del Cora, poichè credo ed ho sempre creduto, fin dall’inizio di questa storia, che siano estremamente importanti per gli studi non solo della maiolica Rinascimentale toscana ma anche per tutti gli altri centri di produzione sparsi per il paese; lo farò, pur nella piena consapevolezza che in questa Italia bellissima ma disgraziata non sia più possibile replicare la mitica storia di Davide e Golia.

ALBERTO PICCINI

MILANO, 14 Gennaio 2017

pic20161124_10483218

Riporto qui di seguito il commento ricevuto da Claudio Giardini, storico dell’arte, ceramologo, ex Direttore dei Musei Civici di Pesaro – per quattordici anni – ai miei due articoli relativi al volume di T.Wilson che ben volentieri sottopongo all’attenzione dei lettori di questo blog:

Con un po’ di fatica dovuta al mio computer obsoleto mi sono pervenuti gli ultimi due scritti ove Alberto Piccini rende noto ai suoi corrispondenti ulteriori risultati delle sue ricerche ceramiche intorno alle botteghe di Acquapendente o, per dirla con lui, alla Superbottega. Devo dire che Piccini mi disorienta quasi sempre con la ficcante prosa dei suoi articoli se non altro per la costanza che pone nel porre all’attenzione degli studiosi e degli appassionati i lavori dei figuli di Acquapendente, nome territoriale che non mi era mai capitato di incontrare  nelle mie modeste ricerche ceramiche. Ne ebbi dei primi accenni da don Corrado Leonardi or sono più di vent’anni che con cautela ma anche con ammirazione mi raccontava di questo studioso che iniziava a scompaginare l’ingessata storia dell’arte ceramica. Con cautela perché anche la sua amata Casteldurante poteva subirne dei contraccolpi ma nonostante ciò il prete-studioso non era così ottuso da non capire il valore di quelle nuove tracce, peraltro corredate da documenti d’archivio, che ponevano seri problemi alla interpretazione della canonica vulgata ceramica. Incontrai in seguito intorno agli anni duemila (2006) Piccini a Fano ivi condotto da Giancarlo Bojani e ricordo che nel mio intervento gli dissi perché tutte quelle nuove scoperte che aveva illustrato e che così certosinamente era andato rintracciando non trovassero sbocco a stampa così da porre gli studiosi in aperta discussione su tali argomenti. Egli mi rispose dicendo che per pubblicazioni cartacee abbisognava di spese che non si poteva permettere ma che avrebbe trovato modo di divulgare le sue teorie attraverso il web, cosa che in seguito ha puntualmente fatto. Ora non sono certamente un illuso, ma mi sarei aspettato che tutti coloro che scrivono in continuazione, anche fuori d’Italia, in edizioni lussuose soprattutto sulla maiolica rinascimentale, rimestando magari sempre la stessa minestra, di fronte a queste diverse impostazioni di studio e di attribuzioni si sarebbero attivati a dimostrarne la validità o, di contro, la nullità: se non erro or sono alcuni mesi si è svolto ad Assisi un convegno internazionale sulla Maiolica italiana del Rinascimento con una pletora di interventi, in cui un vero studioso avrebbe dovuto pretendere che si discutesse anche di queste nuove ipotesi [si poteva ad esempio iniziare a porre in discussione se fosse il caso o meno di una miglior registrazione della produzione maiolicara derutese del quattro-cinquecento] che Piccini da tempo va esternando, anche per sconfessarle una buona volta per tutte, se si fosse ritenuto che non avessero fondamento alcuno: i convegni, se non li si vuole autoreferenziali, a mio parere, a questo servono; prendiamo esempio da quelli medici in cui è proprio in queste occasioni che si pongono all’attenzione dei colleghi le nuove scoperte corredate da precisi protocolli. Non voglio fare polemiche sulla promozione del convegno stesso tenuta, sempre a mio avviso, decisamente sotto tono, magari non così per gli amici degli amici: non vorrei essere “crocifisso” storicamente come il buon Passeri o, in tempi più recenti, come il compianto Paride Berardi! Registro comunque il fatto che il convegno abbia incluso ben 30 interventi per la cui preparazione ed organizzazione, se le mie esperienze di direttore di museo non mi ingannano, i contatti dovrebbero essere iniziati almeno un anno prima; a meno che non si volesse fare solo una, seppure importante, conversazione fra iscritti di un club. Mi permetto di dire che sarebbe estremamente corretto da un punto di vista dei rapporti interpersonali, ma soprattutto da quello di grande  correttezza scientifica, per cui chi abbia capacità e competenza storico-artistica debba provare a mettere in piedi congressi-convegno internazionali aperti a tutti i grandi studiosi di ceramica del mondo, ed in cui lo spirito tecnico-storico-scientifico di vero amore ed interesse per la ceramica aleggi su tutti i partecipanti, superando così quella impressione che personalmente mi ha spesso colpito di come troppe volte si abbia a che fare con una casta privilegiata o con un ‘cerchio magico’ come si usa dire oggi. Accenno solo al fatto, ad esempio, come diversi studiosi della costa adriatica, romagnola e marchigiana, siano stati brutalmente tagliati fuori dal convegno di Assisi.  E sì che ve ne sono alcuni dai curricula scientifici decisamente notevoli. Siccome credo che sia stata persa una prima grande occasione per capire se Alberto Piccini abbia iniziato ad aprire una nuova via sulla storia della ceramica o se invece da almeno vent’anni stia proponendo visioni per quanto suggestive ma fuori squadro, mettere a confronto le radici  della storia della ceramica, soprattutto italiana, con nuove ipotesi che da quelle radici traggono vitalità, questa a mio parere sarebbe stata una soluzione ottimale per dirimere la questione.  Absit iniuria verbis

Claudio Giardini

Il commento di Claudio Giardini è molto importante e quindi ho bisogno di qualche giorno di riflessione prima di rispondere; lo farò sicuramente nei prossimi giorni.

Alberto Piccini

 

E ancora, qui di seguito le mail scambiate con il Prof. Angelo Biondi, storico di Pitigliano, esperto della storia degli Orsini conti di Pitigliano:

Mail del 21/12/2016

Caro Alberto,

grazie per il tuo saggio sul vaso di Niccolò III, molto interessante e illuminante.

Riguardo ai rapporti di Niccolò con Acquapendente posso aggiungere che aveva al suo servizio anche un capitano aquesiano: Francesco Benci e che in Acquapendente c’era un suo ritratto nel palazzo Falzacappa-Benci..
Ad Acquapendente andò ad abitare Cherubino di Sorano, suo fidatissimo milite, che fece carriera avendo sposato una sua figlia naturale; su Cherubino ho appena pubblicato un articolo sui nuovi Quaderni delle Biblioteche del lago di Bolsena.
Tu dati il bellissimo vaso intorno al 1480; ci sono motivi o  indizi in merito? Infatti si potrebbe pensare che un simile “lusso” si addicesse di più al periodo in cui Niccolò III fu nominato nel 1485 Capitano Generale dell’esercito fiorentino con adeguato e alto stipendio; ma queste sono solo mie considerazioni, che però ti sottopongo …
Colgo l’occasione per augurare Buon Natale e Buon Anno Nuovo a te e alla tua signora
Angelo Biondi

La mia risposta:

Caro Angelo,
il famoso vaso Orsini non è datato e quindi la mia indicazione è da intendere con una certa approssimazione 1480-1500 e quindi pienamente compatibile con la tua data.
Nell’occasione ti comunico che il tuo antenato Pietro Paolo Biondi notaio e storico di Acquapendente nelle sue “cronache di Acquapendente” del 1589 scrive a proposito del capitano “Aureato” Francesco Benci che iniziò a collaborare con il conte di Pitigliano al comando di una compagnia di soldati per diventare in seguito il suo segretario particolare.
Sono certo infine che gli amici di Acquapendente cercheranno di capire che fine ha fatto il ritratto di Niccolò Orsini, di proprietà della famiglia aquesiana Falsacoppa – Benci.
Ricambio gli auguri per il nuovo anno,
Alberto Piccini
Milano, 9 gennaio 2017